disperati container
Cronaca
IL REPORTAGE

Anche ex impiegati e operai nei container dei disperati

Dentro il dormitorio temporaneo di via Traves che accoglie 70 clochard

L’aria si fa gelida quando la Croce rossa apre i cancelli di via Traves. C’è lo stadio della Juve, di fronte, dove fino a pochi giorni fa si allenavano Neymar e i suoi ricchissimi compagni del Brasile prima del Mondiale. I poverissimi, invece, stanno andando a dormire nei container. Trentacinque mini-case messe in piedi in due giorni per accogliere i disperati di Torino. E non solo. Piera, 54 anni, abitava in una casa popolare di Asti. «Sono in strada da marzo, dormo qui ma spero di trovare un alloggio in emergenza abitativa, sono in lista». Prima puliva i condomini, ora prende il reddito di cittadinanza. «Ho paura che me lo tolgano», ammette. Ha invece 46 anni Federico. «Ero mediatore creditizio, ma ho fatto anche lo chef. Non lavoro da un anno. Perché sono qui? Vivevo con mia zia, poi l’hanno portata in una casa di riposo». In via Traves, aperto fino ad aprile con possibilità di proroga fino a giugno, i posti sono 70, nel 2021 erano cento ma la prossima settimana – mancano solo gli ultimi preparativi – aprirà la struttura nel piazzale della Croce rossa di via Bologna per accogliere 30 senzatetto, e poi ancora avremo 24 posti in via Spalato. Alle Vallette le novità sono il presidio dei vigili per evitare disordini e i colloqui che il Comune farà ai clochard per poi trasferirli in altri dormitori. «Qui c’è gente che arriva anche da Asti. Ci sarà il pienone anche quest’anno – dice Marco Pichetto, responsabile del sito – e il 90% di chi è entrato finora è senza reddito di cittadinanza». Ha il reddito bloccato Massimo, invalido all’80%. «Prendevo 500 euro, più la pensione, ma non li ho più, sono bloccati per dei controlli. Facevo il restauratore, adesso da un anno aspetto la casa popolare». Hicham, marocchino, abitava a Grugliasco. «Avevo un negozio di frutta e verdura, l’ho venduto. Mi hanno sfrattato e adesso lavoro a Porta Pila». Ma c’è anche chi arriva da lontanissimo. Subatkhan, 35 anni, viene dall’Afghanistan. Parla inglese: «A febbraio mi scade il permesso di soggiorno, voglio un lavoro ma non sono in regola. La famiglia? Ho tre figli in Afghanistan, non li vedo da dieci anni», rivela, prima di sistemare i suoi effetti personali sul letto dove passerà la prima notte. In un container, non il massimo. Ma sempre meglio che in strada al gelo.

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