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PENA RIDOTTA

Ammazzò la moglie perché era malata: «L’ho fatto per pietà»

«Mia moglie soffriva come un cane, abbiamo deciso insieme di farla finita». Lo ha raccontato, tra le lacrime, Mauro Bergonzoni, pensionato di 78 anni di Castelletto, in provincia di Bologna, ai giudici della Corte d’Assise del capoluogo emiliano romagnolo. Nell’udienza di ieri (Bergonzoni era assente) il pubblico ministero Marco Forte si è detto d’accordo con linea della difesa (avvocati Eva Biscotti e Ettorantonio di Lustro) e ha derubricato l’accusa da omicidio pluriaggravato in «omicidio del consenziente», reato che prevede una pena da cinque a 15 anni. Il pm si è convinto a modificare il capo di imputazione dopo le dichiarazioni dell’imputato, ma anche per la decisione della figlia della coppia di non costituirsi parte civile. È stata lei, infatti, a confermare la versione del padre e a raccontare ai magistrati il Calvario patito dalla madre. La procura ha chiesto una condanna a cinque anni con le attenuanti del caso e, dopo una breve camera di consiglio, la Corte (presidente Pier Luigi Di Bari) ha ritenuto corretta l’interpretazione di pm e difesa, ma ha condannato l’imputato a otto anni di reclusione. I fatti risalgono al 21 agosto 20121 quando l’uomo e sua moglie, Maria Rosaria Elmi di 74 anni, dopo aver lasciato un biglietto sul tavolo della cucina di casa indirizzato alla figlia, si recarono sul greto di un torrente in secca vicino a Mercatale di Castello di Serravalle (Bologna) dove lui freddò la donna con un colpo di fucile. Poco dopo Bergonzoni venne ritrovato da alcuni agricoltori accorsi perché avevano udito gli spari, ferito gravemente (si era sparato due colpi di fucile al petto), in stato confusionale e abbracciato al cadavere della donna. L’istruttoria aveva permesso di ricostruire quanto accaduto nel dettaglio. «Mia moglie era molto depressa, quasi ogni giorno mi implorava di aiutarla a morire, di farla smettere di soffrire – aveva raccontato il pensionato -. Io prendevo tempo, le dicevo che doveva esserci un altro modo. Ma stava troppo male, aveva il cancro». L’uomo che attualmente si trova in una casa di cura e che difficilmente finirà in carcere, aveva raccontato i suoi tormenti a diverse persone. La figlia l’aveva implorato di resistere, amici e parenti (che hanno testimoniato al processo), lo hanno aiutato per quanto possibile. «L’accompagnavo per le cure. Una Via Crucis – aveva detto Bergonzoni -, e avrei continuato a farlo se Maria Rosaria ne avesse tratto sollievo, invece le sofferenze erano sempre maggiori. Il dolore era più forte e il morale era a terra. Mi ha implorato in più di un’occasione, poi tutti i giorni. Io non potevo vederla così, per lei la morte sarebbe stata una liberazione. Per me un dolore insopportabile, per questo volevo uccidermi e non riesco a perdonarmi di non esserci riuscito».

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