uccide figlia pozzo arezzo
Rubriche
PROFONDO GIALLO

Ammazza la figlioletta, ferisce il suo fratellino e poi si getta nel pozzo

TRAGEDIA IN TOSCANA

Le corse di un fratellino che si salva fuggendo verso la prima casa vicina sono l’immagine di un trauma che resta certamente vivo per un bambino di soli dodici anni.

Secondo una prima ricostruzione, martedì scorso quando la moglie è uscita a fare la spesa, lui è rimasto in casa coi figli in un’abitazione di Bucine, in provincia di Arezzo. L’uomo di trentanove anni ha aggredito dapprima la figlia di quattro anni con una coltellata alla gola, uccidendola all’istante, per poi colpire il figlio maggiore con una spranga. È proprio in quel momento che il fratello della giovane vittima sarebbe fuggito in un appartamento vicino.

Il piccolo si sarebbe salvato perché l’uomo non sarebbe riuscito ad aprire la porta dell’abitazione dove il figlio si era rinchiuso da cui poi è partito l’allarme da parte di un vicino che già aveva sentito le urla provenire dall’appartamento dell’uomo. Subito dopo, il padre Bilal Napia, operaio originario del Bangladesh, uscito nel cortile, si è gettato in un pozzo. L’uomo, estratto in tempo dalla cavità di alcuni metri, si trova ora in ospedale di Montevarchi in stato di arresto, e non appena le sue condizioni lo permetteranno, sarà trasferito nel carcere di Arezzo.

Il Napia è dipendente nell’azienda di pulimentatura di un connazionale, oramai in cassa integrazione da alcune settimane: «Da qualche giorno sapevamo che non era calmo, tanto che la moglie ha chiamato il dottore perché lo vedeva nervoso e il medico gli ha prescritto qualcosa per farlo stare tranquillo, ma lui non ha seguito le cure e ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo», affermano alcuni dei vicini suoi connazionali.

Senza dubbio si nasconde ancora una volta un tipo di violenza che cela l’autoaggressività introversiva di un uomo che finisce addirittura con l’uccidere la propria figlioletta e colpire il figlio maggiore esplodendo in tutta la sua disperazione di maschio fragile continuando a negare l’evidenza sicuramente di un disagio psichico personale. Un atteggiamento che denota alcuni tipici tratti dell’incapacità di elaborare da un lato le difficoltà economiche dettate dalla situazione attuale, che stava attraversando l’intera famiglia, dall’altro probabilmente anche quella depressione abbandonica emblematica di un vissuto infantile ed adolescenziale difficile o certamente che non ha aiutato a vivere relazioni di attaccamento a base sicura conducendolo, questa volta, ad attuare una tragica vendetta forse verso se stesso.

Un caso, quello in esame, nel quale si prospetta tra le prime ipotesi d’accusa l’omicidio volontario aggravato da crudeltà e grado di parentela che racconta l’ennesimo crimine in ambito familiare di questo anno.

Allo stesso tempo esordio e apice di quel fallimento non ancora metabolizzato di un padre che non sa contenere gli impulsi aggressivi e necessita di sfogarsi su chi fondamentalmente è più debole. Una verità lacerata dalla più grande cattiveria o dalla più grave fragilità, oppure ancora dalla più importante patologia. Variabili del figlicidio che spesso convivono nel medesimo momento e nello stesso tremendo atto di un padre che uccide. Una vicenda drammatica che ha sconvolto la piccola comunità toscana dove «in tanti anni non era mai accaduto nulla».

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Precedente
Successivo
Precedente
Successivo