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Buonanotte

Amazoniani e Lingottiani

Non vi parlo dei braccianti, né dell’800. Parlo del lavoro contadino com’era qui in Piemonte fino a metà ‘900 e come lo racconta Farassino nella sua canzone “la campagna”. E badate che Gipo descrive le giornate di un padroncino, mezzadro o massaro che fosse. “Da bambino cominciavo a lavorare al mattino col canto del gallo e smettevo che la luna era in cielo. Stessa vita tutti i giorni, zappa tu che zappo io, arare dietro una coppia di buoi col sudore che ti chiude gli occhi, guardare il cielo tutti i giorni per sapere se c’è un domani, tremare come un pulcino per un lampo o per un tuono… Oggi mio figlio parte al canto del gallo col suo trattore per un altro giorno di sudore, e la sera arriva a casa con la faccia sfigurata, due parole e il primo boccone lui lo mastica già nel sonno”. La ripetitività dei gesti, la fatica animalesca al sole o al gelo, senza domeniche o ferie, con braccia gambe e schiena che urlano dal male, le bestie da curare prima di andare a letto e da mungere prima dell’alba, la precarietà scritta in un cielo nero… Ecco perché i primi contadini che vennero in città a lavorare in fabbrica si sentivano fortunati. Faticare al coperto e “solo” 10 ore al giorno, con la paga assicurata a fine mese, gli sembrava un sogno. E pazienza i turni, la ripetitività del lavoro in catena, la licenziabilità. Ieri sentivo i lavoratori Amazon in sciopero per la precarietà, la fatica delle 8 ore di gesti uguali, i turni, i ritmi, e pensavo quanto sono cambiati i nostri nipoti. Dio non voglia che in un futuro post Covid, finiti i ristori, fra torme di disoccupati disperati, gli Amazoniani non debbano sentirsi dei fortunati come il loro bisnonni Lingottiani.

collino@cronacaqui.it

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