Tav, bocciata in Senato la mozione del M5S. Approvate quelle favorevoli all'opera.
Il Borghese

Altro che Tav

Purtroppo non rischiamo di perdere solo la Tav, o di assistere allo stravolgimento dei progetti che dovrebbero aprire le porte dell’Europa al Piemonte. Così come non rischiamo di perdere soltanto quei 50mila posti di lavoro legati al tunnel. C’è di peggio. E il peggio lo abbiamo sotto gli occhi: il prezzo della crisi industriale, specie manifatturiera, che ha impoverito Torino e il Piemonte in questi anni.

Crisi silenziosa perché non abbiamo assistito a marce, né tanto meno a giganteschi raduni di piazza. Il contagio si è diffuso nel disinteresse generale, come se a un’azienda che chiudeva i battenti dopo decenni di vita e di lavoro si potesse sostituire una start up. Formula che riempe la bocca, ma purtroppo non gonfia né la pancia né il portafoglio.

I numeri, a metterli in fila, sono disastrosi: in dieci anni hanno chiuso quasi 14mila imprese. E hanno perso il lavoro 37mila cristiani, senza voler mettere nel conto le agonie della cassa integrazione o peggio della mobilità. Dati alla mano si comprende meglio la mobilitazione di questi mesi a favore del cantiere Tav. Per amore del territorio, certo. Ma soprattutto perché quel buco nella montagna potrebbe essere l’ultima spiaggia.

In questa ottica forse si comprende anche la mobilitazione davanti ai cancelli di Mirafiori proprio nel giorno in cui Fca comunicava il dividendo da distribuire agli azionisti. Quattrini su un fronte, cassa integrazione sull’altro, un divario difficile da digerire. Eravamo forse troppo ottimisti a pensare che “il Polo del lusso” sarebbe stata la panacea di tutti i mali? Temiamo di sì. La vecchia Capitale dell’auto non può vivere con qualche Maserati o nella prospettiva di una vagheggiata utilitaria elettrica. Destinata ai Vip per i costi esorbitanti di un ipotetico listino di vendita.

fossati@cronacaqui.it

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