Alba
Ieri & Oggi
LA CITTÀ DI UNA VOLTA

Alba, capitale delle Langhe tra vini e il re tartufo bianco

Grazie a Cavour furono valorizzati i vigneti della zona

Non è una delle più grandi città del Piemonte, né una di quelle più significative dal punto di vista strategico e politico; tant’è che i Savoia, che pure hanno disseminato fortezze e baluardi difensivi con rara prodigalità, si sono dimenticati di munire Alba di una piazzaforte paragonabile a quella di Alessandria o Casale. Eppure, questa città apparentemente dimessa è oggi una vera capitale. Capitale delle Langhe, titolo che rivendica con orgoglio. E soprattutto capitale del buon cibo, perché Alba è la locomotiva dell’industria enogastronomica subalpina, biglietto da visita del Piemonte (e dell’Italia) nel mondo.

Non che nel resto della regione si mangi male, anzi; è solo che gli albesi hanno saputo promuoversi con maestria, forti di una corona di vigneti che circonda la città. E che vigneti: il Barolo e il Barbaresco, prima di tutto; e poi il Moscato (nelle Langhe) e l’Arnèis nel vicino Roero. Oltre agli evergreen piemontesi, il Nebbiolo, il Dolcetto e la Barbera. E, se le vigne sono un tesoro ben visibile (e ostentato con orgoglio), sotto terra si nasconde un’altra meraviglia: il tartufo bianco, rarità ipogea che ha fatto la fortuna di generazioni di trifolao e la felicità di tanti ghiottoni.

Ma non è stato sempre così. Fino al Settecento, i vini dell’Albese non erano valorizzati come oggi (fu in larga parte merito di Cavour, che intendeva sponsorizzare la “sua” Grinzane). I vini piemontesi famosi venivano dal Monferrato, e ci sarà un motivo se il popolo diceva che quell’avvinazzato di Gianduja era nato nell’astigiana Callianetto. Alba non aveva un castello né una residenza degna di Casa Reale, i cui membri raramente soggiornavano in città. Forse, anche per il diffuso sospetto che sotto sotto ad Alba covasse un sentimento antimonarchico: nel 1796 il locale partito giacobino eresse una pasticciata repubblica albese che cadde dopo tre giorni, ma che ebbe il curioso primato di essere la prima “repubblica giacobina” italiana.

Più recentemente, una repubblica partigiana è stata eretta in città nel corso della guerra di Liberazione, quella narrata da Fenoglio nei racconti delle 23 giornate di Alba. Pochi giorni, sufficienti per fare la storia. La grande storia di una cittadina piacevolmente provinciale, ma intimamente buona, buona come il suo cibo e il suo vino. Ma no, non è uno slogan. La prova è nella biografia del più celebre degli albesi, nientemeno che un imperatore: Publio Elvio Pertinace, unico caso (quante rarità!) di imperatore romano nato in Piemonte. Oggi la statua di Pertinace domina la piazza a lui dedicata.

Voi state pensando chi fosse; non vi viene in mente. Ed effettivamente Pertinace fu imperatore per poche settimane, nell’anno 193, dopo il bisbetico Commodo. Fu ammazzato dalla sua guardia pretoriana. Perché? Perché era troppo buono: un uomo lodato da tutti per la sua magnanimità, per la sua integrità morale, per non avere le “mani sporche”. Scelto proprio per cambiare la linea dopo i deliri di onnipotenza di Commodo. Quando dovette sporcarsi le mani, Pertinace disse di no. Ci rimise la vita, poveretto. Chissà se si era portato a Roma qualche bottiglia di Barolo

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