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CASO CERCIELLO

Al processo d’appello spuntano i messaggi di violenza e vendetta

È cominciato davanti alla Corte d’assise d’appello di Roma il processo per l’omicidio del brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. Il militare è stato ucciso con 11 coltellate dal giovane americano Finnegan Lee Elder con la complicità del suo amico, Gabriel Christian Natale Hjorth. In primo grado sono stati condannati entrambi all’ergastolo. Alla vigilia della prima udienza, sono state rese note alcune frasi che si sarebbero scambiati in chat i carabinieri del nucleo investigativo: «Ammazzateli. Non mi venite a dire arrestiamoli e basta. Devono prendere le mazzate. Bisogna chiuderli in una stanza e ammazzarli (…) ‘sti soggetti sono come le bestie». E ancora: «Li avete sfondati di mazzate? Bisogna squagliarli nell’acido». Per l’avvocato Roberto Capra, legale di Elder, l’episodio è «l’ennesima brutta figura delle forze dell’ordine italiane. Evidentemente le esperienze che ci sono state in passato non sono servite. Chi fa il mio lavoro non si può stupire perché, sebbene sia ingiusto generalizzare, non si tratta di episodi isolati. Questo è spesso l’atteggiamento delle forze dell’ordine. C’è qualcosa che non va, forse già nel reclutamento, e poi sicuramente nella gestione delle catene di comando. Sicuramente in questo processo è stato un errore assegnare ai carabinieri le indagini sulla morte di un loro collega. È chiaro che non puoi essere sereno e tranquillo ed è chiaro che quando emergono delle difficoltà non sempre operi in maniera corretta». Sul processo d’appello l’avvocato Capra ha detto di credere molto nella corte, che possa dare una lettura dei fatti e delle responsabilità di quella sera completamente diversa rispetto a quella del primo grado. Intanto, però, c’è una vedova che piange suo marito, lei è la vittima come lo è stata il carabiniere.

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