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Il Borghese

Ahmed e gli altri e la nostra paura

Ahmed Musa viene dal Sudan. Suo padre e i fratelli sono stati torturati e uccisi. Ha un figlio che ha chiamato Nelson Mandela e ieri si è laureato, qui a Torino, con una tesi sui diritti civili nel Darfur, otto anni dopo essere arrivato in Italia da profugo, a Lampedusa. Ad alcuni fuoricorso nostrani non bastano dieci anni e neppure il fatto di essere madrelingua. Mamadouba invece viene dalla Guinea Conakry, è un bravo attaccante e pochi mesi fa ha tentato di raggiungere la Francia. Poi però è tornato nel paese dell’astigiano che l’ha accolto e ora lavora come muratore, lui che in patria si stava laureando in Legge. Michel, invece, è un bambino che parla poco, ma che ti guarda con profondi occhi scuri e ti prende la mano chiedendoti solo di stare vicino a te.
E’ un figlio della violenza, ma quanto amore vedi negli occhi con cui lo guarda sua mamma. Insieme hanno compiuto un lungo viaggio, per arrivare qui in Piemonte, un viaggio che non è ancora finito, che è costellato di difficoltà quotidiane, di leggi che cambiano all’improvviso, ciò che era dovuto un giorno non lo è l’indomani. Certo, quelli che arrivano a Lampedusa non sono tutti come Mamadouba o Ahmed (così come non tutti gli italiani sono come Rita Levi Montalcini e quasi nessuno è come Matteo Messina Denaro) e tanti finiscono a spacciare nelle strade o peggio. Gli esseri umani non sono tutti santi e non sono tutti demoni sulla base della loro provenienza.
Chiediamocelo: di cosa abbiamo paura? Quale sacrosanto terrore ci ha spinti a credere che un porto chiuso ci possa proteggere? Questo impegno deve essere segnato in rosso, nell’agenda del nostro governo: cancellare la vergogna dei decreti sicurezza e rivedere le nostre leggi sull’immigrazione, tutte nate dal seme avvelenato della Bossi-Fini. Nel frattempo il mondo è andato avanti: solo chi ha paura non lo capisce.

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