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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Adesso piange con il padre

I palazzoni hanno nove piani, sono grigi e senza balconi. Sotto c’è solo cemento, anche nel parco giochi dei bimbi; quando uno di loro cade dall’altalena, «quantomeno si sbuccia le ginocchia». Via Reiss Romoli e le ragnatele delle vie che la intersecano, sono la periferia nord, più o meno profonda, che la città ha da tempo dimenticata. Qui sono nati e sono cresciuti i due “baby rapinatori”, uno dei quali autore materiale dell’accoltella – mento del brigadiere Maurizio Sabbatino. «Ma non si dica che chi vive qui ha come unica possibilità quella di diventare un delinquente, perché non è così», dice severo e deciso Raimondo Bianco, origini napoletane, che nel quartiere ha aperto un bar e conosce «tanti ragazzi che studiano e fanno mille lavoretti onesti per aiutare la famiglia o per permettersi qualche passatempo». Ma quei due “baby rapinatori” no, specie uno, il maggiorenne, Alessandro Farace che, almeno dalle prime risultanze investigative, sarebbe stato lui a pianificare il colpo. «Erano giorni che girava per il quartiere in cerca di un complice – dice Sebastiano, che da poco ha compiuto 17 anni -, ha chiesto anche a me, ma non ho accettato, anche perché pensavo stesse scherzando». Chi ha detto di sì, invece, è stato Filippo, un sedicenne che frequenta la scuola e che di pomeriggio ciondola tra una panchina e l’altra dei giardinetti di via Scialoja, proprio sotto casa. «Me lo ha chiesto – ha poi confessato ai carabinieri e alla procuratrice dei minori, Emma Avezzù – io non volevo, ma lui insisteva e ho accettato perché ho avuto paura di lui». Fabio, un ragazzino fragile, spiegano gli amici: «Lo giri e lo rigiri come vuoi». L’amico gli avrebbe parlato di una «cassaforte nel retro della farmacia, piena di soldi», di un forziere che avrebbe «cambiato la vita di tutti e due», in realtà il forziere conteneva solo 300 euro. Detto fatto, hanno rubato uno scooter e si sono procurati due pistole a salve. Poi sono partiti con i passamontagna sul capo e due grandi mascherine che coprivano i loro volti. Mentre uno controllava la situazione all’interno della farmacia, Alessandro si è diretto subito nel retro. Stupita anche la direttrice della farmacia, la dottoressa Maria Grazia Gallocchio: «Non so come facessero a sapere della cassaforte» e su questo indagano i carabinieri per capire se i due abbiano avuto una soffiata da un possibile mandante, oppure se Alessandro, il diciottenne con precedenti a carico, abbia architettato tutto da solo. Non è stato Alessandro a estrarre il coltello, ma quello studente che viene definito, «un ragazzino smarrito», Filippo di 16 anni. «Ho avuto paura, mi sono difeso, ho fatto una fesseria. Sono tanto dispiaciuto per il carabiniere, spero che si riprenda presto. Io sono a terra, non ho preso un centesimo, quello voleva fare a metà, ma io me ne sono andato», ha poi raccontato la sera al papà, un operaio edile di origini calabresi e subito dopo agli inquirenti. Il padre ha pianto: «In questa famiglia certe cose non si fanno – ha detto -, ora vieni con me e ti costituisci». Una versione che l’uomo, ieri, ha poi modificato: «È stato mio figlio a decidere di consegnarsi. Io l’ho solo accompagnato in commissariato». Forse le parole pietose di un genitore, pronunciate per rendere genuino il pentimento del figlio. Per Alessandro è stata più o meno la stessa cosa, si è presentato in caserma probabilmente perché non aveva altre possibilità ed è stato assistito dall’avvocato Antonio Mencobello, mentre il legale del complice è l’avvocato Marco Marchio. Entrambi i ragazzi sono stati interrogati a lungo dagli inquirenti e Alessandro ha dovuto convincerli che si era consegnato perché pentito e non perché sapeva che l’ami – co avrebbe parlato. Non si sa se Filippo abbia o meno fatto il suo nome, ma è certo che durante la notte, le “gazzelle” dei carabinieri cercavano il fuggitivo e sul cruscotto delle auto con i lampeggianti blu c’era la fotografia segnaletica di Alessandro.

marco.bardesono@cronacaqui.it

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