omicidio via gottardo
Cronaca
IL CASO

Accompagna a casa l’amica: giustiziato nella sua auto [FOTO e VIDEO]

Massimo Melis, dipendente della Croce Verde, assassinato con un colpo di pistola

Un colpo solo, dritto alla tempia, sparato con una pistola di grosso calibro da distanza ravvicinata. È una fine orrenda quella di Massimo Melis. Che fa a pugni con la vita di un uomo di 52 anni che per lavoro salvava le vite altrui. Ogni giorno e ogni notte, sotto i lampeggianti blu di quelle ambulanze che guidava da sempre come dipendente della Croce Verde. «Un ragazzo d’oro – ricordano i colleghi – uno che si dedicava completamente agli altri». E allora adesso fa ancora più male scoprire che l’abbiano ammazzato così, in questo modo che fa pensare a una esecuzione. L’hanno trovato ieri pomeriggio, grazie a un passante. Ma secondo il medico legale l’omicidio risaliva a parecchie ore prima. Il cadavere era riverso nella sua auto, una Fiat Punto blu che aveva parcheggiato nel tratto di via Gottardo che confina con il parco Sempione, proprio accanto al trincerone, tre posti prima del sottopasso che conduce agli impianti sportivi. Stando a quanto ricostruito dalla squadra mobile della polizia che conduce l’indagine coordinata dalla pm Chiara Canepa, aveva appena accompagnato a casa Patrizia Cataldo, un’amica che con il papà Sandro gestisce il bar Gottardo all’angolo con corso Vercelli e abita nei palazzoni che si affacciano sulla scena del crimine. Massimo l’ha salutata, poi ha attraversato il piazzale e si è incamminato verso l’auto. È salito, si è seduto, ha acceso una sigaretta che il killer non gli ha lasciato il tempo di finire. Se lo stesse aspettando e abbia fatto fuoco prima che chiudesse la portiera o l’abbia aperta e poi abbia sparato non è noto. Telecamere che abbiano registrato il film dell’omicidio, in questo angolo buio di Barriera, non ce ne sono. «Qui – dicono alcuni clienti del bar Gottardo che ieri sera, trovandolo chiuso, si sono avvicinati alle Volanti per capire cosa fosse accaduto – di notte ci sono solo i tossici e non sarebbe strano che l’abbiano ammazzato per rapinarlo».

Il movente, però, al momento è ignoto. Le piste battute sono molteplici. Dall’aggressione per derubarlo che però cozza con il fatto che il telefono e il portafoglio fossero nell’abitacolo in cui è stato trovato il mozzicone di una sigaretta che si è consumata da sola. Al regolamento di conti, anche se non si sa quali conti ci fossero da regolare con un angelo della Croce Verde incensurato che non aveva mai avuto problemi con la giustizia. A un delitto per motivi passionali. Massimo, a qualche caro amico, avrebbe confidato di avere una relazione altalenante con Patrizia, ma era molto riservato, e la circostanza è ancora tutta da verificare. Forse potrà spiegarlo meglio la donna, che ieri è stata ascoltata in questura. Al momento di andare in stampa, le luci al primo piano di via Grattoni erano ancora accese. I poliziotti della omicidi erano a caccia di tracce, indizi, un frammento che indicasse quale strada seguire per ricomporre il puzzle. E accese, a tarda sera, erano ancora le luci al secondo piano di una palazzina popolare di via Desana 24, a due isolati da quell’anfratto buio in cui qualcuno ha premuto il grilletto. Massimo abitava qui, con la madre, Rosaria. Che ora è chiusa nel silenzio della disperazione. E continua a chiedersi perché.

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