Gang
Cronaca
L’INCHIESTA Sei ragazzi accusati di rapina dalla procura

Abiti griffati e gioielli: le baby gang agiscono tra struscio e shopping

La polizia ha rintracciato un gruppo che ha picchiato un giovane, per un iPhone, vicino alla fermata metro Dante

Il punto di ritrovo, ormai da un decennio, è sempre lo stesso: tra la fermata della metro Lingotto e la scala mobile che sale al centro commerciale dove tra negozi di “fast fashion” e paninoteche si fanno le vasche con in mano lo smartphone che gracchia la musica ad alto volume. Ingioiellati con catenine d’oro, le dita inanellate. Cavallo basso, Nike ai piedi. Giravano qui da prima della strage di piazza San Carlo, quelle che chiamano “baby gang”, di cui prima del 3 giugno 2017, quando morirono due donne e 1500 persone rimasero ferite, e di cui pochi (oltre alla polizia) si erano accorti intuendo la portata del fenomeno.

E sempre da qui, dai «ragazzi del Lingotto», provenivano i rapinatori con lo spray che sono stati condannati a dieci anni per quella tragedia. Da allora un altro mezzo decennio è trascorso, ma il problema non è risolto. Continuano a ritrovarsi qui, sulla stessa scala mobile, minorenni e neo maggiorenni di ogni nazionalità, maschi e femmine. Arrivano da Barriera ma non solo. Da Parella, santa Rita, san Salvario. Da famiglie di lavoratori onesti o comunità per minorenni della città e della collina. Le rapine avvengono al centro commerciale, più spesso nelle vie fuori e ancora più spesso sulla metro. Soltanto al commissariato Barriera Nizza hanno decine di album fotografici.

In quello che si chiama “Metro ter” ci sono 18 volti, compresi quelli dei sette ragazzi bloccati durante uno degli ultimi colpi. Sei minorenni sono coinvolti in un’inchiesta recentemente chiusa dalla pm Marta Lombardi. Erano in sette contro uno, un ragazzo soccorso dagli agenti di Barriera Nizza in via Giotto, a pochi metri dalla fermata Dante. Era stato seguito in carrozza, pedinato sulle scale mobili, e aggredito fuori dalla metro. Dopo averlo scaraventato a terra, lo avevano picchiato con calci e pugni al volto. In due colpivano, gli altri quattro guardavano. Tutto per un Iphone 12.

«Ero terrorizzato – ha raccontato il giovane agli agenti, nella primavera di un anno fa – vedevo sfocato perché mi hanno spaccato gli occhiali. Ho provato a difendermi e ad urlare aiuto ma nessuno si è fermato a soccorrermi». la vittima era stata medicata al Mauriziano dove gli avevano diagnosticato «evidenti segni di aggressione sul volto, naso gonfio, dolori alla bocca e agli arti inferiori». La rapina era avvenuta in pieno giorno. Gli aggressori sono stati identificati grazie a un lungo lavoro di analisi, a partire dai filmati delle videocamere della metro. Uno dei minorenni ha precedenti, gli altri no. Tutti erano già stati identificati dalla polizia, che scrive: «Nasceva il forte convincimento che i soggetti farebbero parte di un più ampio sodalizio criminale accomunato dalla giovane età e dedito alla commissione di rapine e furti con strappo».

L’oggetto per cui si era scatenata la violenza, «tale – scrive la procura – da strappare il trench (della vittima, ndr) e rompergli gli occhiali da vista», era stato geo localizzato alcune ore dopo ad Asti. Poi era sparito. Ora, tutti e sei i giovani – difesi dagli avvocati Carmine Ventura e Alessandra Firpo – rispondono di rapina e lesioni. Dagli interrogatori, trapela una dinamica precisa: la rapina è nata «per caso», dicono tutti. Come se fosse un passatempo. «Dovevamo trovarci a Porta nuova – racconta un diciassettenne difeso dall’avvocato Ventura – per fare pace con un marocchino con cui il giorno prima uno dei nostri si era picchiato per uno sguardo di troppo a una ragazza al Lingotto». «Siamo saliti tutti sulla metro – è il prosieguo – il marocchino ha visto un ragazzo con l’Iphone e ha detto che voleva “farglielo”. Gli ho detto di no dieci volte. Poi mi sono fatto trascinare».

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