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A va bin parèj

Sono sposato da 55 anni, e ho sempre fatto il cenone in famiglia la vigilia di Natale, con suoceri, figli, generi e nipoti. La regìa è di mia moglie Anna, cuoca sopraffina, creativa e infaticabile, che prepara sempre più roba di quanta servirebbe perché per lei un piatto esaurito è una medaglia sul campo (al massimo le sfugge un “se avessi saputo ne avrei fatto di più”) e un piatto parzialmente avanzato è fonte di ansia (“perché non lo finite? Non è buono? Era troppo piccante?”). Bisogna sempre rassicurarla, ma se avesse un ristorante sarebbe a tre stelle. Non Michelin, perché per avere quelle bisogna esibire lussi, cristallerie, porcellanerie, argenti e tovagliati rari, distanze, perfezione di servizi, cantine faraoniche e proposte culinarie inusuali, e io non glie l’avrei lasciato fare. Lì ci vadano i ricconi col birignao. Anna no, lei avrebbe una piòla a tre stelle, ma date da intenditori ruspanti come me, piena a pranzo e a cena da dover prenotare, coi tavoli vicini, stoviglieria normale, ma cibi buonissimi e a prezzi accessibili. Però non l’ha aperta, così la supercuoca ce la siamo goduta noi. Amici, parenti e nipoti la colmano di lodi, e anch’io faccio la mia parte coi complimenti e i commenti. Sono la sua cavia da laboratorio, e lo dimostrano i 45 Kg di peso che ho messo su dalla visita di leva a oggi. Se morirò di sovrappeso, consideratemi un caduto per la scienza. Ma felice. Quindi la sera di Natale sarà ancora capitone, insalata di rinforzo e struffoli (li pretende mio suocero Ciro, napoletano verace che a 97 anni guida ancora), più altri piatti che lei deciderà. A fine cena, scambio dei regali, e al pranzo di Natale i sontuosi avanzi. Così va da più di mezzo secolo, e a va bin parèj.

collino@cronacaqui.it

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