poveri container via traves
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

A me non capiterà mai

Ordine e bellezza. Nelle cucine dei grandi hotel tutto deve essere organizzato e curato fin nei minimi dettagli. Lo ricorda bene Giuliano, cuoco di professione, che in brigata ci ha lavorato per tutta la vita e che ora si racconta dal container numero 17 del dormitorio per senzatetto di via Traves. «Se oggi sono qui è tutta colpa del Covid» ci spiega e intorno a lui c’è ordine, ma non c’è più bellezza. A terra la neve si sta sciogliendo nel centro di accoglienza notturno e gli ospiti hanno voglia di chiacchierare. «Questo virus ci ha tagliato le gambe» attacca Giuliano. Spigliato, ordinato nel vestire e con una lieve cadenza romana. Un uomo che non ti aspetteresti di trovare in mezzo ai container degli ultimi. L’altra faccia del Covid, che ai numeri delle terapie intensive, affianca i dati dei disoccupati e dei nuovi poveri. «Ho lavorato come cuoco in grandi hotel in giro per l’Italia e in diversi ristoranti. Faccio lo stagionale da oltre 20 anni, l’ultimo impiego era in Trentino, a Folgaria. Scoppiato il Covid, l’hotel ha chiuso e io sono rimasto disoccupato». Qualche lavoro estivo in Sardegna, il sussidio dell’Inps e poi più nulla. Il suo compagno di stanza al “civico” 17 è Renzo, 55 anni, originario di Salerno e anche lui impiegato nel mondo della ristorazione da tutta la vita. «Sono uno chef di cucina e fino a tre anni fa vivevo tra la Grecia e la Slovenia. Un amico mi consigliò di tornare in Italia e fu un grande guaio per me. Ho lavorato in alberghi e ristoranti, ma poi il Covid mi ha bloccato». Renzo parla fluentemente greco, tedesco e francese. «È l’italiano che ogni tanto non mi viene» scherza. «Con il mio lavoro ho girato l’Europa. Sono stato imbarcato anche sulle navi da crociera». Sogna di «rimettersi in carreggiata» anche Gabriele, mentre ritira la cena dai volontari. Dei 75 posti letto disponibili al centro di via Traves, quasi tutti vengono occupati giornalmente, da qui l’esigenza di attivare un secondo sito per l’emergenza freddo qualora la situazione dovesse peggiorare nei prossimi mesi. Molti degli ospiti del dormitorio sono giovanissimi. «Questa settimana abbiamo avuto un picco di minori» raccontano gli operatori della Croce Rossa, veri angeli custodi dei clochard. Qui arrivano senza fissa dimora da tutto il Piemonte. Erika, ad esempio, 46 anni e una vita in strada, fa la spola tra Torino e Ivrea. «Di giorno cammino sempre, non mi fermo mai – ci spiega mentre si accende una sigaretta -. L’altra sera quando sono arrivata qui sono crollata subito, ero stanchissima». Sistemata nel container numero uno, subito dopo l’ingresso del centro, Erika ci dice di essere abituata al freddo, ma è già finita in ospedale diverse volte. Sembra non aver paura del termometro che scende nemmeno Mohammed, marocchino di 56 anni, che al momento è sistemato in strada con tutta la sua roba: coperte, giocattoli e qualche confezione di detersivo. I piedi sono nudi, nonostante fuori ci siano poco più di tre gradi. «Facevo il carrozziere, ma ora non c’è più lavoro» spiega e sorride, mentre le persone a passeggio nel centro di Torino gli passano accanto. Qualcuno lascia cadere una moneta. «A me non potrebbe mai capitare». Forse lo pensavano anche Giuliano e Renzo, prima del Covid.
adele.palumbo@cronacaqui.it

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