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Il Borghese

Forza ragazzi, rimboccatevi le maniche

Non è che ci aspettiamo troppo dalla vita, i giovani in particolare, e che cercando di afferrare la luna ci ritroviamo con un fascio di rovi in mano? La domanda, magari non proprio popolare, viene spontanea leggendo le statistiche dell’Istat sulla disoccupazione. In particolare dei ragazzi appena usciti dalla scuola secondaria, o dall’università. Dicono i ricercatori che quasi uno su tre non ha un’occupazione. E aggiungono, ma sommessamente, che sono in calo quelli che un lavoro lo cercano. Ne consegue il solito urlo di dolore, magari amplificato dal vento della protesta che abbraccia tutti noi adulti, o anziani che dir si voglia,  dal Governo in giù fino ad un ipotetico capo ufficio, come i cerberi che negano un diritto acquisito. Ciò che non dicono i signori dell’Istat è quale lavoro vorrebbero i giovani e, per converso, quello che rifiutano. In buona sostanza sarebbe assai interessante confrontare i gusti e le aspirazioni, con le reali necessità e opportunità offerte dal mercato. Possibile, viene da chiedersi, che chi aspira a fare l’idraulico, l’elettricista, il meccanico o il panettiere trovi le porte sbarrate? O che un aspirante falegname, muratore, carpentiere venga espulso ancora prima di fare domanda? Dalle relazioni dei comparti produttivi, non ci pare esista questo problema se è vero che in un bando per 230 panificatori (per altro ben retribuiti) non si è presentato nessuno, tanto per citare un esempio pratico che induce almeno ad una riflessione: non è che, nell’ immaginario collettivo i nostri giovani aspirano solo a concorrere ai posti di comando e, in subordine, alle professioni intellettuali, delegando ad altri le mansioni diciamo così meno blasonate? Perché c’è un altro dato che l’Istat non fornisce ed è quello relativo all’occupazione dei giovani stranieri, quelli che – a giudicare dalle informazioni delle Camere di Commercio – sono in testa alle classifiche delle nuove partite Iva e che oggi svolgono tutta una serie di funzioni che solo vent’anni fa erano il primo passo nel mondo del lavoro da parte dei giovani. Basta pensare ai cantieri, alle officine, alle cucine dei ristoranti, al bancone di un negozio. Allora, e non parlo del Risorgimento, il primo posto di lavoro, qualunque fosse, era visto con l’orgoglio di chi cercava una piccola indipendenza dalla famiglia, un sostegno ai genitori, un modo per misurarsi con se stessi e con il mondo. E’ una faccia della medaglia, non lo neghiamo. Così come non si può negare la crisi, l’espulsione dalle fabbriche, la difficoltà di inserirsi. Ma ci pare troppo semplice liquidare la questione della disoccupazione giovanile scaricando le colpe sui nefasti effetti della congiuntura internazionale e, in subordine, su Governo, istituzioni e imprenditori ciechi e scettici. Temiamo che in questa percentuale del 29,5 per cento di disoccupazione under 30 vi sia una responsabilità condivisa tra domanda e offerta, ove aspirazioni e realtà non coincidano. Per dirla tutta, cari ragazzi, ci pare che in tempi difficili occorra ritornare al passato: ossia, rimboccarsi le maniche senza temere di sporcarsi le mani.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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