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Il Borghese

La responsabilità indossa la tuta

Il referendum del 13 e 14 gennaio a Mirafiori, che si sostanzia in un sì o in un no al piano Marchionne, è come dice qualcuno il referendum della paura oppure è quello della rinascita, decisivo per il futuro di Torino e del Paese? Il parere dei lavoratori è vincolante, addirittura sovrano. E in buona sostanza anche chi non si occupa di relazioni industriali, chi è lontano dalla fabbrica e dalle sue problematiche una riflessione deve farla sull’esiguità dei pareri che finiranno nell’urna e che – ci perdonino le tute blu, i colletti bianchi e i vari gradi della dirigenza della storica fabbrica torinese – non rappresentano interamente la comunità che ha vissuto,  e vive, il mondo dell’auto e più in generale del comparto metalmeccanico. Esiste il rischio concreto, inutile nasconderselo, che Torino scivoli – grazie ad un rifiuto del nuovo che avanza e con il quale dovremo prima o poi fare i conti – in un medioevo industriale al quale sarebbe illusorio pensare di mettere una pezza con il turismo, il food, l’arte, il barocco o quanto altro riescono a partorire quelli che rifiutano le sfide in nome di antichi privilegi e lobbies sindacali.

Ricevo, a questo proposito, dal sottosegretario ai Trasporti Bartolomeo Giachino una lettera indirizzata a Giorgio Airaudo, responsabile nazionale dell’auto per la Fiom, che mette in guardia sul valore di questo referendum. Soprattutto per le ricadute che avrà sul futuro. Ma è interessante sottolinearne alcuni punti, a cominciare dallo scritto del “Sole-24 Ore” in cui si afferma che il referendum sarà decisivo per la Fiat. Una valutazione limitativa, scrive Giachino, perché Fiat è solo uno dei protagonisti. Non il solo protagonista, e il referendum dirà al mondo economico mondiale se l’Italia sarà un Paese dove è possibile e interessante investire, coinvolgendo tutta la comunità che lavora e si ingegna. E questa ci pare possa essere l’essenza della questione, visto che è universalmente noto che il nostro Paese negli ultimi anni è cresciuto troppo poco e crescendo poco ha creato pochi posti di lavoro. A Torino, per restare in tema, la dimostrazione è nei numeri: in quei 5 mila e 500 lavoratori chiamati all’urna che, solo dieci anni fa, sarebbero stati cinque o dieci volte tanti. E Torino, per la sua tradizione manifatturiera e per la sua storia industriale, non è un termine di paragone casuale.

Dunque è di qui, dal Lingotto, vecchio gigante rovesciato, da Mirafiori e dal suo indotto piegato dalla crisi ma non ancora domo, che si debbono scegliere le strade per cercare la crescita che eviti l’oscurantismo. Senza nascondersi sacrifici dentro e fuori dalla fabbrica ed esigendo patti chiari, anzi chiarissimi, sulle reali intenzioni di Fiat su Fabbrica Italia. Le strade, riassume Giachino, sono quelle di difendere il settore manifatturiero, cambiare la politica energetica (che oggi fa costare l’energia il 30% in più rispetto all’Europa), costruire le infrastrutture (a cominciare dal Tav, che è cosa nostra), attrarre gli investimenti esteri. Certo non dipenderà tutto dal referendum di giovedì e venerdì prossimi, ma almeno su due cose le tute blu, potranno incidere: sulla possibilità di difendere il manifatturiero rilanciando Mirafiori, indotto compreso, e sulla possibilità di attirare investimenti dall’estero. Anche a Torino. Quella Torino che in barba alle Olimpiadi è cresciuta assai poco nell’ultimo decennio, e che riserva speranze con il contagocce alle nuove generazioni. Responsabilità forti, di quelle che dovrebbero far tremare i polsi. Prima di avvicinarsi all’urna e scegliere. Anche per noi. 
 
beppe.fossati@cronacaqui.it 

 

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