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Il Borghese

A chi importa delle bombe?

Quando scoppia una bomba scriviamo a titoli cubitali che è tornato il terrorismo. Commettendo un errore tragico. Per il semplice fatto che il terrorismo non è mai morto. Nè si è pensionato, come ha sperato qualcuno, grazie ai pentiti prima e agli sconti di pena poi. Sarebbe meglio dire che il terrorismo classico – quello delle brigate rosse, di prima linea o dei Nar sul fronte opposto – si è trasformato, internazionalizzandosi e cambiando pelle. Finita l’epoca della clandestinità e delle bande armate organizzate militarmente con capi, soldati e furieri addetti al vettovagliamento, più pericolose forse ma anche più facili da individuare e da smantellare, è cominciata quella del terrorismo “liquido”, dove non si sa  chi comanda, chi garantisce i finanziamenti e chi porta a termine gli attentati. Con quella punta di vigliaccheria che li distingue dai predecessori. Che rischiavano in proprio invece di usare i postini. Quelli veri, con il berretto sulla fronte e la borsa con la corrispondenza. Il risultato, sul fronte delle indagini, è disastroso. E lo diciamo con conoscenza di causa. Quello che ha spedito un pacco bomba al sottoscritto, e che mi è esploso tra le mani, non è mai stato nè individuato nè tantomeno processato. A dire il vero, pare non esista neppure un’inchiesta ad hoc. Eppure i pacchi esplosivi non erano solo per CronacaQui, ma anche per il sindaco Chiamparino e per l’impresa che ristrutturava il Cie, il centro di permanenza temporanea per i clandestini. Idem dicasi per le bombe alla Crocetta, il quartiere più chic di Torino, e per quella indirizzata ai vigili urbani di San Salvario. Stessa storia a Milano, per gli ordigni all’università. Eppure, sempre per riferirsi al “vecchio” terrorismo, in tutti questi episodi ci sono state le rivendicazioni. Con chiari riferimenti ai sedicenti martiri dei movimenti eversivi, Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas, entrambi suicidi, il primo in carcere e la seconda in una comunità di recupero. Come dire che gli attentati sono stati firmati e i riferimenti ai compari incarcerati tanto precisi da indicare con chiarezza i loro sodali. Eppure, a differenza di altre indagini, qui non si cava mai il ragno dal buco. Non si parla di indagati, non risultano esserci ricercati. E a ben vedere vi sono ben altri episodi criminali, compresa la campagna di attentati in Valle di Susa contro il Tav, che non vengono neppure addebitati a questa nebulosa eversiva. Ci riferiamo alle 12 bombe senza firma fatte esplodere tra il ’96 e il ’97 contro cantieri e ripetitori. Adesso le bombe contro le ambasciate, compresa l’ultima, fortunatamente non esplosa, a quella della Grecia, ci riportano alla matrice torinese, al Canavese e forse alla Valle di Susa. E tornano nomi già noti come Silvia Guerini, Costantino Ragusa e Luca Bernasconi, trapiantati dalla Toscana al Piemonte e oggi in carcere in Svizzera. Capi senza esercito, a sentire gli inquirenti. Ma forse anche manovali in proprio, senza capi a cui rispondere. Con un interrogativo di fondo a condire una storia eversiva che sembra non avere nè capo nè coda: il meccanismo collaudato di magistratura e polizia riuscirà questa volta ad incastrarli? O esistono meccanismi più complessi e segreti che francamente ci inquietano più delle bombe? Sia come sia, per quanto ci riguarda giustizia non è fatta.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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