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Il Borghese

Yara ed Emanuela, misteri italiani

Tre settimane fa, più o meno all’ora in cui scriviamo, Yara Gambirasio, usciva dalla palestra dove ogni giorno accarezzava il sogno di diventare una grande ginnasta. Aveva scelto le musiche per il saggio e le aveva consegnate con un sorriso all’insegnante. Aveva i capelli tirati sulla nuca con un elastico, la tuta e la giacca a vento di Hello Kitty. A casa la aspettavano per cena, i fratelli avevano persino scelto un film da vedere insieme in tivu. Ma Yara, a casa, non è mai arrivata. Oggi, in ossequio al rito delle notizie che arrivano centellinate dal riserbo degli inquirenti, si viene a sapere che ci sarebbe un’intercettazione tra due walkie talkie in cui si farebbe riferimento ad una frase sibillina: «ce l’abbiamo… l’abbiamo presa». Tutto e niente. Ma se si volesse dare credito alla flebile fiammella, allora le radioline, le parole concitate, quel «l’abbiamo presa…» che una voce d’uomo riferisce ad un altro in ascolto, potrebbero dare credito alla pista che forse è stata presa meno in considerazione: quella del rapimento. Poco, troppo poco per poter parlare di svolta nelle indagini in quello che comincia a profilarsi come l’ennesimo mistero italiano. Ma comunque qualcosa. Qualcosa che sa di ricatto, di vendetta, di segreti inconfessabili avvolti tra le nebbie della provincia italiana. Tutto assurdo, nella sparizione di Yara. Così assurdo da richiamare alla mente un altro mistero irrisolto, quello che avvolge ancora, a 27 anni di distanza, la sparizione di Emanuela Orlandi, scomparsa nel centro di Roma il 22 giugno 1983, all’età di 15 anni. Una ragazzina alta un metro e sessanta, capelli lunghi, jeans, camicia bianca e scarpe da ginnastica. Così come era uscita di casa l’ultimo giorno in cui ha dato notizia di sé. Coincidenza vuole che le due protagoniste di queste storie nere siano due ragazze con un sogno: la musica per Emanuela, la danza per Yara. Sulla giovanetta figlia di un funzionario della Santa Sede, scomparsa a pochi passi dalla Chiesa di Sant’Apollinare, si disse allora più o meno quello che si mormora oggi per Yara. Che non c’era motivo apparente, né causa scatenante per una fuga, o per un allontanamento. Emanuela come Yara era una ragazza acqua e sapone, di sani principi, di buona famiglia. Chi poteva volerla strappare ad una vita che si stava appena schiudendo? Chi poteva essere tanto malvagio da recidere quel fiore? Gli interrogativi si sono persi in mille, inutili, rivoli di indagine. È saltata fuori la banda della Magliana, il suo capo, i suoi autisti. Si è parlato di vendette, si è scavato a fondo nel passato del padre e dei famigliari. Fino ad ipotizzare un sequestro per spillare soldi al Vaticano. E, a rendere più drammatica, ma anche più consistente la traccia del sequestro, è saltata fuori, a distanza di anni, una intercettazione telefonica. Una voce d’uomo, di uno tenuto d’occhio per loschi affari che dice urlando alla sua donna «l’ho fatto per soldi, e non mi pento». Pista abortita, ma non abbastanza per cancellare i sospetti e riaprire parte delle indagini. Ora lo stesso copione sembra ripetersi per Yara. Di fronte al nulla, spunta una voce. E nel cuore di tutti si riaccende la speranza.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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