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Il Borghese

Difenderli adesso tocca a noi

Abbiamo sperato fino all’ultimo. E speriamo ancora che Yara sia viva. Perché in fondo la liberazione di quel giovane marocchino, che troppo frettolosamente gli inquirenti hanno dipinto come un mostro, riaccende una pur flebile speranza. Anche se a tenerla in vita è questo pasticcio investigativo e giudiziario fatto di miope fiducia nelle intercettazioni, condite di pressappochismo colpevole nella traduzione e non sorretto da prove certe. Chiniamo la testa di fronte all’inefficienza che sembra un denominatore comune nelle inchieste di periferia, ma ne approfittiamo per sperare che la storia di Yara sia andata diversamente da come se la sono immaginata i pm, che non si tratti di un caso di sequestro, omicidio e occultamento di cadavere come invece è stato per la sua quasi coetanea Sarah Scazzi. Un lumicino che tuttavia temiamo si spenga sotto un palmo di terra. O peggio sul fondo fangoso di un pozzo, o di uno stagno. Proprio come è capitato alla ragazzina di Avetrana che la tivu e i media ci hanno resa parente, figlia, sorella. Già perché oggi con questo assillo della comunicazione i drammi sono collettivi, ci coinvolgono, spezzano le nostre certezze, ci travolgono in una vertigine dove vale tutto e il contrario di tutto. Compresi i dubbi, per quanto momentanei, sull’accoglienza che abbiamo accettato con la cultura di un popolo che ha vissuto i drammi delle valigie di cartone, ma che adesso si interroga su una violenza che non riusciamo a comprendere. Ma per la quale esigiamo giustizia. Sarah e Yara, due nomi che rompono la tradizione delle nostre campagne dove Maria faceva rima con Giovanna o con Concetta. Nomi carichi di un desiderio di modernità, di sogno, di una vita piena di opportunità. Due ragazze, peggio ancora due bambine che dobbiamo ammettere di non essere stati capaci a difendere da feroci pulsioni criminali che nulla hanno a che fare con la loro età. Sarah, in fondo, si atteggiava ad una piccola donna, sapeva già di piacere e questo suo essere desiderata l’ha condannata a morte, ma Yara, con quell’apparecchio sui denti, i capelli tirati in una treccia, il corpo da adolescente infagottato in una tuta da ginnastica, non aveva certo l’appeal di una Lolita. Eppure questo non l’ha salvata da un disegno criminale dal quale non potuto opporre altro che una flebile resistenza. In paesi piccoli, dove ci si conosce tutti, e in questo Brembate di Sopra non differisce da Avetrana, non c’è l’ossessione della paura degli estranei. O almeno non c’era. E poi con questo vizio del telefonino che sembra il grande custode, peggio l’antidoto contro ogni imprevisto, si ha l’idea che figli e nipoti non siano mai soli. Ecco perché Yara se ne andava serena a scuola o in palestra, incontrava le amiche, faceva le piccole commissioni domestiche. Ed ecco perché era lì, quella sera convinta di essere al sicuro. Sappiamo, con infinita tristezza, che queste storie drammatiche acuiranno il senso di insicurezza e di paura dell’universo che cerchiamo inutilmente di esorcizzare. Il telefonino non è un custode, non tiene lontane le mani criminali. E dunque dovremo tornare all’antico quando le nonne ammonivano i nipoti affinché non accettassero caramelle dagli sconosciuti, o il passaggio in auto e in motorino. E padri e madri facevano i turni per accompagnare e vigilare sui propri pargoli. Tocca a noi, difenderli questi ragazzi, farci carico di spiegare che il mondo perfetto appartiene solo alle favole, che la modernità ha centuplicato i pericoli, in strada e nel web, che le carogne e i criminali sono in agguato. E che non basta un sms per garantirsi un viatico per la vita.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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