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Il Borghese

Attenti a chi sta nell’ombra

Non è stato solo un giorno di caos. È stato peggio. La protesta di studenti e ricercatori contro la riforma Gelmini ha infiammato la Penisola con un susseguirsi di roghi di rivolta, di manifestazioni di piazza, di blocchi dei centri storici, delle stazioni ferroviarie e delle autostrade con un tempismo che non ha nulla di casuale. Peggio, avvalora la tesi di una regia non solo studentesca, ma politica. Così, al di là delle motivazioni tecniche della “ribellione”, a prevalere sembra essere la voglia, cavalcata ad arte dalle opposizioni, di dare una spallata al governo, senza badare alle conseguenze che puzzano del peggiore sessantotto. Quello, per intenderci, che chi era in piazza a fare casino, a spaccare e ad occupare, a tirare uova e anche peggio contro la polizia, a cercare di occupare Montecitorio o Palazzo Marino a Milano, il Provveditorato e Palazzo Reale a Torino, non ha certo vissuto. E forse non ne ha neppure notizie certe, se non tramandate dalla memoria di chi, adesso, si arroga il titolo di accademico della rivolta di piazza e racconta il passato come meglio gli fa comodo. Di certo la voglia di spaccare le cose altrui, di bloccare pendolari e automobilisti, di impedire il lavoro dei mercati e dei negozi, con l’Università ha poco a che fare. E pochissimo, vorremmo sperare, con gli studenti che ancora vogliono fare il proprio lavoro, che è quello di stare sui libri e di frequentare lezioni ed esami. Ma è un’occasione imperdibile per chi vuole il caos fine a se stesso. Per la scuola, oggi, per la fabbrica o per gli immigrati, domani. Così non ci si sofferma neppure su quelli che paiono i capisaldi della riforma, a partire dall’abolizione dei concorsi, prima fonte della corruzione delle nostre università per arrivare alla creazione di una nuova figura di giovani docenti “in prova per sei anni” e confermati professori solo se in quegli anni avranno raggiunto risultati positivi nell’insegnamento e nella ricerca, che di fatto cancella le rendite di posizione che hanno infettato per decenni i nostri atenei. La guerra alla riforma è totale e si combatte in strada tanto quanto lo si fa in Parlamento, il che dimostra che su entrambi i fronti la regia è simile: eskimo e doppiopetto alleati per farla finita con il governo. Se così non fosse ci sarebbe un po’ di coerenza anche sulle cifre destinate dallo Stato alle università che erano di 7 miliardi nel 2007-2008 e che tali sono rimaste, dopo le pressioni su Tremonti da parte dell’opinione pubblica ma anche, e soprattutto, dalla ministra che oggi pare la strega che uccide la scuola con le sue mele avvelenate. Il buonsenso suggerirebbe di beccarsi ‘sta riforma e poi di cercare di migliorarla ove è possibile, quattrini a disposizione permettendo. E se non lo si fa, consentiteci di immaginare una buona dose di malafede. Soprattutto in coloro che spingono i ragazzi in strada. O meglio spargono benzina sul fuoco.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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