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Il Borghese

Due volti di un incubo

La provincia italiana è di nuovo sotto shock. Di nuovo si rompe quell’incanto, così facile da raccontare ma così diverso dalla realtà, che sembra accreditare i piccoli centri di una vita tranquilla lontana dalle turbolenze e dagli orrori delle metropoli. Al sud, dove si respirano i profumi della campagna ma anche le miserie di un mondo contadino che sembra essersi fermato ai racconti del Verga, e al nord dove scorre il benessere che nasce dall’impegno e dalla fatica, dove l’ordine è simmetria di strade e di villette, di giardini e di gente che all’alba è già sul lavoro, magari anche sette giorni su sette. Brembate Sopra e Avetrana, accomunate per un gioco del destino dallo stesso numero di abitanti, ma così diverse per storia e tradizioni, si uniscono nel dolore per due ragazze, anzi due bambine, la prima uccisa e sepolta in un pozzo per una vendetta di cui ancora non si conoscono i contorni e la seconda scomparsa da quattro giorni nei settecento metri che separano la sua casa dalla palestra in cui si allenava. Sarah, con la h finale e Yara con la ipsilon, nomi che forse sono stati presi a prestito dalle emozioni di un film o che nascondono ambizioni di notorietà e di successo. Di Sarah abbiamo vissuto in diretta il dramma, ne conosciamo la storia scandita dai personaggi di una famiglia che l’ha tradita fino all’estremo. Uno zio e una cugina in carcere accusati di omicidio, una zia, un’altra cugina, amici il cui ruolo è ancora tutto da decifrare. Troppo, anche per chi come noi, è abituato al peggio che riserva la cronaca della vita. Di Yara sappiamo poco, e possiamo solo sperare e pregare che questa sua lontananza nasconda uno slancio infantile, una fuga, un capriccio. Anche se la ragione ci dice che non è così, che c’è una mano estranea che l’ha portata via, che l’ha strappata alla sua vita di tutti i giorni. Perché Yara viveva per la danza, disciplina nella quale era quasi una professionista, perché non aveva grilli per la testa, come si dice da quelle parti per indicare una persona seria, serena e appagata. Certo, bella è bella, Yara. Ma è ancora una farfalla che deve sbocciare, un puledro con le gambe lunghe e il fisico asciutto di una bambina. Non vogliamo immaginare una mano brutale che abbia ordito una trama contro di lei, contro una famiglia normale, il padre geometra e la madre maestra, gente benestante ma non ricca al punto da giustificare un sequestro a scopo di estorsione. Ma non possiamo, non vogliamo, pensare al peggio del peggio che è quello che potete immaginare anche voi, e che non vogliamo scrivere. Ma l’apprensione sale, quella provincia tranquilla in cui ci si rifugiava per tagliare via rumori, odori e tensioni della città, è lì che cerca, fruga e si interroga. I cani che annusano i vestiti della piccina e poi trovano una pista, i campi che si aprono su strade piccole e sconnesse ma che possono portare ovunque. E poi la sera che cala improvvisa a rendere tutto più difficile. Quattro giorni di silenzio sono tanti, troppi. Dov’è Yara? La domanda si perde nella nebbia che scende a rendere più gelido il freddo che entra nelle ossa e sembra cancellare l’immagine di serenità di questa provincia che un tempo sembrava una certezza acquisita.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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