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Il Borghese

Amori diversi, tempi diversi

Mancano le lacrime d’amore, quelle vere, quelle che sgorgano dal profondo del cuore in questi gialli consumati nella morbosa provincia italiana e conditi solo di vendetta e bugie, di rancori e invidia. Sarah Scazzi e Marina Patriti, l’una adolescente appena sbocciata alla vita, la seconda madre amorevole e sposa fedele, sono cadute sotto le mani assassine delle rivali. Uccise per amori malati, come spiegano, quasi a giustificare il sangue versato, gli psicologi che imperversano in tivu, in una solitudine terribile. Quasi artificiale. Come se, alla fin fine, di loro che si sperava o si preferiva fuggite altrove, schiave di amori torbidi e inconfessabili come se la passione avesse cancellato il loro vecchio sistema di affetti di figlia e di madre, non importasse molto a nessuno. Perché andando indietro nel tempo quando l’una e l’altra parevano solo lontane e non inghiottite dall’oblio della morte, non abbiamo raccolto né pianti disperati né appelli accorati. Come se la fuga fosse una componente normale dell’esistenza. Come se una figlia e una madre potessero allontanarsi dalle loro case senza fare notizia e sollevare apprensione. A ben guardare, attorno a loro forse non c’era quell’amore totalizzante dei loro cari, quell’amore che sfascia tutto, che trasfigura i tratti del viso, che aggredisce anche l’osservatore più distaccato. Immagini che ci portano indietro nel tempo, ad altre storie maledette, a quell’intreccio diabolico di violenza e di menzogna che costò la vita a un ragazzo per bene la cui unica colpa fu di innamorarsi della donna di un boss di periferia, e di sposarla e renderla madre. Lui si chiamava Fulvio Magliacani, lei, la bellissima, Franca ballerini, il boss era Paolo Pan. Fulvio scomparve una notte di luglio del 1972. Si disse che era fuggito, per debiti o per amore. Ma nella farsa della vedova bianca e dei testimoni (falsi) che giuravano di averlo visto lontano e felice, si interpose un amore forte e incrollabile. Quello di un padre che non voleva arrendersi, che credeva nel figlio, nella sua rettitudine di uomo e di marito. Ricordo ancora, giovane cronista, le sue visite alla Gazzetta del Popolo, il suo volto rotto dal dolore, le sue parole che parevano quasi delle preghiere, quando chiedeva a noi di investigare. E di credergli. E va a suo merito se quella tragedia ben architettata trovò giustizia, se si arrivò a ritrovare il corpo sepolto e se gli assassini pagarono. Fu la vittoria, allora, dell’amore totalizzante, quello che abbatte gli ostacoli, che induce alla verità. Proprio quello che pare mancare in questi gialli di provincia dove domina la bugia, o al massimo il silenzio. E dove non c’è, se non per calcolo, un dolore vero. Sabrina, che adesso è in carcere con un padre che l’accusa del più efferato dei delitti, piangeva solo per gli obiettivi delle telecamere e per rafforzare la sua pantomima difensiva, Giacomo, il marito di Marina che pure oggi deve difendersi dalle accuse dell’ex amante diabolica, non ha fatto neppure quello. Rigido, sempre aguale a se stesso, il volto di una statua, nessuna lacrima, e troppe intuizioni mai verificate. C’è da chiedersi che cosa avrebbe fatto Francesco Magliacani se avesse sospettato che il figlio fosse sepolto nel giardino dei suoi assassini annegato nella terra e nel cemento. Se non fosse corso a spaccare quella lapide senza nome con una mazza o se non avesse osato altro ancora, anche a dispetto della propria sicurezza. Già, la mazza. Quella che Giacomo, il marito ora vedovo di Marina, sostiene di aver comprato ma che non ha mai voluto usare per ritrovare la sua sposa. Amori diversi, tempi diversi.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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