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Il Borghese

Tutta questione di corna

La ‘ndrangheta avrà pure soppiantato la mafia, si sarà anche appropriata di appalti miliardari (in euro), avrà infiltrato i suoi colletti bianchi nei Cda di grandi aziende e nelle stanze dei bottoni dove si spartisce il denaro dei finanziamenti pubblici. Sarà vero, lo abbiamo detto al mondo intero, tanto per farci quella pubblicità negativa che sembra ormai diventata un’abitudine. Ma alla fine resta una banda di criminali, per la maggior parte semianalfabeti, nati e cresciuti con la filosofia antica di chi considera sacrosanto farsi giustizia da sé, e dove le donne, come le capre nella masseria, sono proprietà legate a doppio filo al loro padrone. Chi le ruba offende e merita la morte. Che si tratti di fidanzata, di moglie, di sorella o di animale, poco importa. Se ripartiamo di lì, come raccontiamo in queste righe, forse potremo evitare di santificare questi malavitosi e di eleggerli a conquistatori di un’Italia acciaccata che si piega alle loro strategie e ne accetta le trame. La storia comincia, o meglio finisce, davanti a un centro commerciale del torinese dove ieri è stato arrestato l’ennesimo latitante, Domenico Giorgi, 28 anni, affiliato alla famiglia omonima ed a quella degli Strangio. Non uno qualsiasi, il Giorgi, ma bensì colui che ha dato il via alla sanguinosa faida sfociata il 15 agosto 2007 nella strage di Duisburg. Una mattanza vera e propria in quella Germania che ci dipinse come l’Italia degli spaghetti e della P38 e che, da quell’immagine che uscì in prima pagina su Der Spiegel oltre trent’anni fa, non si è mai discostata di molto. Gli italiani del sud che uccidono per rapacità di potere, per spartirsi il mercato della droga, per dominare gli appalti. Così si disse, perché tutto il mondo è paese quando si tratta di inventare. Ma in quella strage e nella lunga serie di omicidi trasversali che l’anticiparono e la seguirono, il potere mafioso c’entrava poco e niente. Era tutta questione di donne. Peggio, di corna messe dal peggiore nemico, dal rivale che si fa sotto alla fidanzata in profumo di nozze e la disonora. Domenico Giorgi lo scopre, fa confessare la donna in lacrime, la perdona con la lungimiranza del marito-padrone e poi esce e ammazza Salvatore Favasuli, che si era pure vantato dell’avventura. Eravamo nel gennaio 2005 in quel di Casignana, Reggio Calabria, e sia il Giorgi che il Favasuli di lavoro facevano i trafficanti di droga. Così si parlò, come d’altra parte si fa sempre, di lotta tra clan, di battaglia per il potere, di escalation del crimine organizzato. Una bufala gigantesca. Come bufale furono le altre spiegazioni, si fa per dire, agli agguati e alla mattanza, mentre quegli animali si continuavano ad ammazzare per corna e derivati. Una storia finita con le manette, per quasi tutto, Giorgi compreso, che al nord aveva trovato rifugi, soldi e magari anche qualche lavoretto adatto a lui. Come consegnare la droga perché quello lì con la pistola facile, in un Cda non ci starebbe neppure a fare le pulizie. Una storia che dovrebbe anche fare riflettere quando si teorizza di mafia ammantandola di genio e di potere. Sono criminali questi, come i loro compari picciotti, altro che manager unti dai vecchi padrini. E allora etichettiamoli per quel che sono senza sbrodolare in celebrazioni che di fronte a tanta miseria umana sono assolutamente fuori luogo.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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