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Il Borghese

L’intollerabile rifiuto

Trappole per uccidere la rivale in amore. La gelosia che rode l’anima al punto di trasformarsi in odio cieco e feroce. Le notti insonni passate a rimuginare un piano, i giorni a scavare dentro i segreti di chi ha rubato quella che poteva essere l’anima gemella. E poi il tracollo, davanti al rifiuto. Il sentirsi messi da parte, scartati come una ciabatta vecchia, mentre qualcun’altra ritrova baci, carezze e attenzioni. E poi la famiglia che viene tirata dentro un progetto folle e si convince a partecipare all’estremo atto, quello della morte. Due donne, Sabrina e Antonella, distanti per età, ma eppure così simili, così vicine. L’una è una ragazza bruttina e un po’ chiatta, ma con una inappagata voglia di apparire che là, ad Avetrana nelle campagne tarantine, non va oltre i sogni delle fiction; l’altra è una cinquantenne che vive nell’ hinterland di Torino, segnata dalla vita, che non vuole arrendersi e combatte i segni del tempo con un trucco pesante, i capelli color stoppa, gli abiti troppo stretti e i tacchi troppo alti. Entrambe hanno in comune un amore finito. O, come nel caso di Sabrina, un amore mai cominciato. Ed entrambe condividono l’asprezza di un rifiuto: Sabrina le ha tentate tutte per conquistare Ivano, un belloccio del paese che non ha occhi che per la biondissima Sarah, che la coccola come si fa con una Barbie un po’ cresciuta e che a lei, Sabrina, sa offrire solo il più terribile dei rifiuti. Dice no ai baci, alle carezze, agli inviti più espliciti. E dice no persino quando lei si offre, con tutto il suo ardore, in una gita fuori porta. Antonella invece si sente scaricata dopo una lunga e silenziosa relazione con Giacomo, quello che era il suo datore di lavoro e che poi è diventato un improbabile principe azzurro. L’uomo che avrebbe dovuto lastricarle la vita di rose, sorrisi e beni materiali e che un bel giorno le ha confessato di amare ancora la moglie, di non poter fare a meno di Marina, così gentile e così fragile, Marina la madre dei suoi figli. Ivano e Giacomo, uomini contesi e a loro modo arbitri della vita e della morte. Perché di fronte a quei rifiuti irremovibili, magari persino sprezzanti e indelicati, le femmine respinte hanno creduto di poter cambiare il destino seguendo l’impulso suggerito dalla gelosia diventata odio. Uccidendo, senza remore. E senza pietà. Come se cancellando la rivale lo scorrere della vita le avrebbe ricompensate restituendo l’amore perduto. E’ terribile scoprire come due delitti passionali, così diversi per le età dei protagonisti e per i luoghi dove sono stati consumati, siano così simili nella loro costruzione. Avetrana e Bruino, la Puglia e il Piemonte, una ventenne con la vita davanti e una donna di mezza età all’ultimo appuntamento con l’amore che può donare un miglioramento sociale inseguito e sognato da sempre. Ed è terribile scoprire come in entrambi i casi la vittima designata sia stata attirata in trappola, la piccola Sarah in un garage, con la scusa di una gita al mare, la tenera Marina in un bar, per “una spiegazione tra donne”. E come entrambe siano state uccise brutalmente, la prima con una cintura vecchia e ruvida, la seconda forse con un micidiale cocktail di farmaci e poi con un sacchetto di nylon infilato in testa. Per poi essere cancellate per sempre, e dimenticate. Ma entrambe, come se il possesso dei loro resti fosse in qualche modo di demenziale conforto, sepolte in casa, o quasi. La prima in un pozzo, nel fondo di famiglia, tra gli ulivi secolari, la seconda nel giardino stretto e lungo davanti a casa, proprio là dove un tavolino di ferro ospitava le cene tra gli amici. Proprio sul corpo che la terra degradava ogni giorno di più. Un susseguirsi di orribili coincidenze che hanno finito per coinvolgere le persone più care. Sabrina che corre dal padre e gli dice “ho fatto un casino, mi devi aiutare” e poi gli fa scoprire il corpo già freddo di Sarah. E Antonella che si porta a casa, con due balordi assoldati con pochi euro, una Marina già inebetita dalle droghe e trasforma il figlio in un custode forse inconscio, ma certamente plagiato da questa donna che sembra non fermarsi di fronte a nulla. Una catena di vite spezzate sullo sfondo di queste campagne capaci di odi irrefrenabili, ma anche di incomprensibili silenzi. E di connivenze che sembrano solide come il ferro che sa dissodare e vincere la ritrosia della terra. Così sullo sfondo appaiono altri personaggi controversi: Cosima, la mamma di Sabrina, che se non mente certo non collabora e in ogni caso non la dice tutta su quel pomeriggio agostano; e Giacomo, l’ ex amante di Bruino, che è pure marito della vittima, che sospetta, interroga quella che in cuor suo sa essere l’assassina, ma poi tace e quasi dimentica. Già, Ci sono anche Cosima e Giacomo, diversi e simili a loro volta con il carico di segreti e di dicerie di paese che si addensano sulla loro testa. Attorno due misteri che sono entrati nel nostro quotidiano perché esulano dal sangue versato dalla malavita, dagli agguati e dal crimine di strada. Che ci coinvolgono attraverso i volti dei protagonisti, vittime e carnefici, così simili a coloro che incontriamo la mattina a far la spesa, a scuola, al lavoro. Che potrebbero essere vicini di casa o semplici conoscenti. Con un’angoscia di fondo, quella di dover ammettere che Sabrina e Antonella, Sarah, Marina, Cosima e Giacomo, un po’ assomigliano a tutti noi. Vittime e carnefici nel gioco infinito della vita.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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