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Santena, sequestrati beni per tre milioni al “Ras” condannato per usura

Una “villa bunker”, ga­rage, terreni, conti correnti e 48 auto­carri. Un tesoro da 3 milioni di euro accumulato da Vincenzo D’alcalà in quarant’anni di attività criminale è stato sequestrato dal Tribunale di To­rino su istanza della Questura. Secon­do gli inquirenti l’imprenditore sante­nese, già condannato per lesioni, estorsioni ed usura e poi beneficiario dell’indulto, ha creato un impero eco­nomico nell’ambito del trasporto mer­ci grazie ai “lucrosi introiti delle sue azioni delittuose”. Di qui la misura di prevenzione patrimoniale finalizzata alla confisca dei beni intestati alla moglie, ai figli, a un prestanome e all’impresa collettiva “Galuro Auto­trasporti” di Villastellone. Un personaggio da film D’Alcalà. Nul­latenente per il fisco viveva nella gi­gantesca residenza di via Gamenario 5, sorvegliata da sofisticati sistemi di sicurezza. Era considerato un vero “ras” e gli aneddoti sul suo conto si sprecano. C’è chi ricorda i videopoker distrutti per la rabbia quando il fratel­lo aveva perso una fortuna e chi rac­conta degli assegni milionari nascosti nel divano. La fortuna di D’Alcalà ha radici lonta­ne. Arrivato in Piemonte da Roggiano Gravina, in provincia di Cosenza, si era subito fatto notare per la sua intra­prendenza e per le amicizie influenti. Nel 1994, dopo l’alluvione, era diven­tato una sorta di eroe cittadino per aver messo a disposizione i muletti della sua azienda per portare via il fango dalle case. Dopo la seconda allu­vione, quella del 2000, aveva ottenuto invece diversi appalti pubblici per im­prese d’escavazione a lui collegate. Ma contemporaneamente era comin­ciata un’indagine sul suo conto. Per usura e in mezzo c’era finito anche l’ex comandante dei carabinieri di Sante­na. Un artigiano aveva riferito alla finanza di essere stato costretto a restituire 300 milioni di lire per un prestito di 30 dopo un pestaggio a colpi di bastone. L’inchiesta si concluse nel 2002 con l’arresto di D’Alcalà, quando una del­le vittime che l’aveva denunciato rice­vette un proiettile in una busta chiusa. Le fiamme gialle ricostruirono una realtà fatta di prestiti con tasso del 180 per cento, botte e minacce. Nel settem­bre 2003 venne condannato con rito abbreviato a 7 anni di carcere e 3 di lavoro in colonia agricola, pena ridot­ta in appello a poco più di 5 anni e altri 2 anni di casa-lavoro. Poi nel 2006 arrivò l’indulto. Nel 2007, uscito dal carcere, D’Alcalà veniva indicato co­me sostenitore del sindaco Benny Ni­cotra e intervenne a sedare una baruffa sorta alla vigilia del voto. Alla notizia del sequestro il primo cittadino sante­nese ha reagito con stupore: «Non ne sapevo nulla. Non frequento D’Alcalà né l’ho mai frequentato in passato, quindi non sono a conoscenza delle vicende private che lo riguardano. L’ho conosciuto nel 1994 quando io ero appena arrivato a Santena e lui si fece in quattro per la nostra città. Per questo motivo in passato l’ho ringra­ziato. Se oggi la magistratura ha assun­to questa decisione l’avrà fatto per motivi che io non posso conoscere». Attualmente D’Alcalà è in stato di libertà vigilata, ma la Questura non si è dimenticata di lui e ha presentato il conto sequestrando la villa di via Ga­menario, un appartamento nella piaz­za centrale di Pietra Ligure, l’autopar­co della Galuro di Villastellone e molti altri beni mobili e immobili.Massimo Massenzio

 

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