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Ammazzata in casa a Torino: un altro processo per l’amico Antonio

Tutto da rifare, almeno per lui. Lui è Antonio Ferraro, condannato in appello a 19 anni e quattro mesi di reclusione perché riconosciuto colpevole dell’omicidio di Debora Rossi, la ventenne al quarto mese di gravidanza trovata morta nel proprio appartamento di via Stradella, a Torino, il 20 settembre del 2006. La Suprema Corte di Cassazione ha accolto ieri il ricorso presentato dai legali del ragazzo, gli avvocati Geo Dal Fiume, Roberto De Sensi e Davide De Bartolo, ha annullato la sentenza di condanna pronunciata il 9 luglio di un anno fa dai giudici dell’appello e rinviato davanti alla Corte d’Assise d’Appello per un nuovo processo. È stato invece rigettato il ricorso presentato da Giulia Fiori, la presunta complice di Ferraro: diventa quindi definitiva la condanna della ragazza a 20 anni di reclusione.Il colpo di scena è arrivato nel tardo pomeriggio di ieri, quando gli Ermellini hanno in parte annullato la sentenza che il presidente Alberto Oggè aveva pronunciato nel luglio di un anno fa. Una sentenza che aveva confermato, anche se con un ridotto sconto di pena, le condanne inflitte in primo grado ai due “amanti diabolici”. Il tribunale di Torino aveva infatti stabilito 23 anni e sei mesi di reclusione per la ragazza, la Corte d’Assise d’Appello aveva poi ridotto quella pena a 20 anni. Per Toni, invece, era arrivata in primo grado una condanna a 22 anni e quattro mesi di carcere, in appello la pena era stata quindi ridotta a 19 anni e quattro mesi. Condanne comunque dure, severe. Condanne che sembravano lasciare poco spazio alle speranze di libertà dei due imputati. Ma nonostante questo, i legali di Giulia e Toni (per la donna c’è l’avvocato Alessandro Gasparini) non si sono mai arresi, hanno comunque dato battaglia. Anche e soprattutto in Cassazione. E la Cassazione, anche se in parte, ha annullato la sentenza d’appello, stabilendo che per Antonio Ferraro il processo deve essere rifatto. Per Giulia no, per lei non c’è più nulla da fare: la condanna a 20 di carcere per l’omicidio di Debora Rossi da ieri è da considerarsi definitiva.Adesso, quindi, si torna davanti alla Corte d’Assise d’Appello del capoluogo piemontese, ma di fronte a un’altra sezione e ad altri giudici. Occorrerà rivedere la posizione di Ferraro, il ruolo avuto dal ragazzo nell’omicidio, il suo eventuale concorso concreto e morale, la collaborazione fornita all’ex amante Giulia. Servirà un altro processo, un altro approfondito esame per capire qualcosa di più.I nomi di Giulia Fiori e Antonio Ferraro erano stati iscritti nel registro degli indagati alcuni giorni dopo il delitto. I due ragazzi, infatti, sarebbero stati gli ultimi a vedere Debora in vita e per questo motivo erano immediatamente finiti nel mirino degli investigatori. Le manette ai loro polsi erano quindi scattate la sera del 27 ottobre dello stesso anno, poco più di un mese dopo il delitto. A incastrare i fidanzati era stato l’esame dei tabulati telefonici dei loro cellulari e del cellulare della vittima. Attraverso l’analisi delle celle, infatti, gli investigatori avevano rilevato la presenza del telefono di Debora, rubato assieme alla borsetta per simulare una rapina in casa della ragazza, nei pressi di quello di Giulia. Debora era stata colpita otto volte al capo e al viso con un ferro da stiro, poi sette volte al collo con un coltello. Otto colpi per «segnare e deturpare in modo irrimediabile», sette colpi per «ferire mortalmente la persona che era ormai immobile perché priva di sensi», scrissero i giudici dell’appello. Ma adesso c’è un finale da riscrivere.falconieri@cronacaqui.it

 

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