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Il Borghese

Troppo, anche per uno scoop

L’illusione spezzata, l’orrore del mostro annidato nella famiglia, il grido disperato di una madre che scopre, in diretta tivu, che la sua figlia adorata non tornerà mai a casa. Che un uomo che ella stessa ha amato, carne della propria carne, l’ha uccisa e profanata. E poi nascosta, facendo scempio della sua bellezza di adolescente gettandola in un pozzo e coprendola con delle grosse pietre. C’è tutto questo nella storia di Sara Scazzi, e forse anche di più, timori inconfessabili di quella passione insana di un uomo che l’aveva tenuta sulle ginocchia da bambina e che poi, via via, si era trasformato nel suo persecutore. Una storia come tante altre, purtroppo. Una storia tenuta gelosamentenascosta dietro le imposte di questa provincia italiana laboriosa e torbida, silenziosa e pudica, ma capace anche di mostrare un volto tanto feroce da apparire primitivo. Sara ha perso la vita per l’ennesimo rifiuto. Altre bambine come lei, perché Sara era ancora una bambina, magari vivono sulla propria pelle l’abuso e la violenza quotidiana. In silenzio, senza sapere opporre un rifiuto. Perché è nella famiglia, dicono gli psichiatri e i mattinali delle questure, che si nasconde l’orco. Lo abbiamo visto a Torino, in una tragedia ultraventennale che si è consumata tra le mura di una vecchia palazzina popolare dove l’abuso era convenzione. Quasi padre e figlio potessero avvalersi di diritti medioevali sulle donne di casa. Lo raccontiamo quasi ogni giorno attraverso processi e denunce. Ma c’è sempre un velo di segreto e di paura a proteggere i mostri. Per Sara è stato diverso. Prima ci ha tenuti tutti con il fiato sospeso nei giorni in cui le cronache parlavano di una fuga e facevano intendere, maliziosamente ma senza entrare in particolari, che dietro la sua scomparsa ci fosse una cotta giovanile, un amore acerbo, una fuga verso il nord. Poi, poco a poco, è venuta fuori un’altra verità: i diari di Sara con quelle allusioni all’infelicità e ai rapporti tesi con la famiglia, infine quello zio, con quel volto volpino e gli occhi piccoli e cattivi, così facile al pianto e alla mezza bugia. Lui che parla, lui che mostra il telefono bruciato, lui che dice di aver sentito che quell’oggetto era della “sua Sara”, come se la voce gli venisse da lassù. Mostro due, cento, mille volte. Il peggio di quanto la cronaca funesta di questa Italia ancora così antica abbia prodotto. Il resto è scritto sul volto di quella madre che si corruga, si distorce, si annulla via via che le notizie di stampa vengono battute dalle agenzie. Sì, è tutto vero… sì, signora, forse Sara è laggiù… sì i carabinieri hanno fermato due persone… uno, forse, è suo cognato. E poi l’urlo che per lei è l’inizio della sofferenza estrema. Troppo. Anche per uno scoop.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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