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Il Borghese

Il futuro cancellato

Giusto perché non ci si illuda che il peggio è passato, che la crisi è ormai alle spalle – e con una facile battuta si potrebbe dire che proprio da quella posizione ci colpisce – ecco i dati dell’Istat sulla situazione occupazionale in Italia. Il tasso più alto da dieci anni a questa parte, considerando che le persone in cerca di lavoro – contemplando quindi coloro che non l’hanno mai avuto, quelli che l’hanno perso, per tacere di coloro che stan sospesi nella precarietà – superano ampiamente i due milioni. Ma ciò su cui ci si può fermare è il dato dei giovani: uno su quattro, tra quelli compresi tra i 15 e i 24 anni, è disoccupato.Non è un paese per giovani, quindi. Anche se poi, a guardarsi attorno, si scorgono migliaia di giovani occupati, occupati a sopravvivere e immaginare un futuro: da un contratto a termine all’altro, impegnati nello sforzo di non chiamare quella tanto decantata “flessibilità” con il nome di precarietà, o etichettandola come insicurezza, sfruttamento o qualunque altra terminologia possa venirvi in mente.E accanto a loro scorgiamo altrettanto numerosi giovani impegnati invece a godersela: sono sempre pieni i luoghi della movida, i punti di aggregazione dove un cocktail costa cifre che un salariato normale difficilmente si concede. E ci si chiede se davvero siano così fortunati da non avere problemi economici, oppure così nichilisti da non progettare alcun futuro, preferendo godersi l’oggi. Magari con i soldi di papà e mamma. Un po’ come la ben nota generazione “né né” quella che né lavora né studia e quindi non si capisce a cosa punti. E neppure si capisce come i genitori accettino supinamente la situazione.Dopo di che ci sono quelli che, convinti che la specializzazione, la formazione siano l’unica risorsa per guadagnare un futuro, divengono collezionisti di master, di stage formativi, di titoli di studio, di corsi di specializzazione – che alle volte nascondono veri e propri raggiri – e finiscono con l’incanalarsi in un limbo non molto differente da quello dei loro coetanei che, invece, rinunciano a tutti. Quasi come se, inseguendo molte cose, fossero convinti prima o poi di afferrarne una, lasciando da parte eventuali sogni, ambizioni o altro. Con l’eccezione, ovvio, di quelli che ritengono sia facile diventare un calciatore di successo, una velina, un tronista o qualunque altra figura dell’effimero successo dorato dato dalla mancanza, in realtà, del minimo talento.In tutto questo scorgiamo un punto in comune: la responsabilità del mondo dei “grandi”, sia di coloro che hanno responsabilità istituzionali e non riescono a creare le condizioni perché i giovani abbiano un futuro, sia di coloro che hanno mansioni educative – genitori, insegnanti – e non sanno indirizzare i pargoli in maniera costruttiva. Forse anche loro soggiogati dal fascino ambiguo del “qui e ora”, che è di per sé una cancellazione del futuro.andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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