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Il Borghese

La quercia e i giunchi

La Fiat, da ieri, non è più la Fiat a cui eravamo abituati. Insomma non è più quella quercia gigante un po’ casereccia con le radici saldamente piantate nel suolo torinese e tanti rami, robusti che si divaricavano per il mondo. La territorialità nel nuovo business dell’auto conta poco o nulla, valgono le alleanze internazionali e la produttività a tutti i costi. Dunque sempre meno Torino e più Detroit, dove sulle ceneri di una Chrysler morente Marchionne e i suoi, con tanto di benedizione di Obama, stanno costruendo una realtà inimmaginabile prima, osservando il mondo dai balconi del Lingotto. E per realizzare il gigante che vuole misurarsi con gli altri pachidermi dell’auto mondiale Fiat ha cambiato pelle e si è sdoppiata. Merito, per usare un termine adeguato alla bisogna, dello “spin off” che per il mondo anglosassone indica la nascita di una nuova impresa in cui sono coinvolte risorse umane che si distaccano da una determinata organizzazione. E l’organizzazione, per tornare al nostro quadretto iniziale, era tutta, o quasi, in quella quercia che ci pareva non dovesse crollare mai tanto erano profonde le sue radici a Torino. I fatti, e anche le prospettive che l’ad Marchionne e il presidente Elkann hanno disegnato tenendo a battesimo le nuove creature, tuttavia esulano dalla quercia. Le nuove Fiat vogliono alberi snelli, flessibili al vento della crisi come giunchi, eventualmente trapiantabili ove il terreno della produttività sia più fertile. E allora ci pare lecito chiedere che cosa sarà di Mirafiori ormai ridotta come numero di dipendenti a un decimo di quello che era ai tempi in cui Fiat significava Torino, con l’Avvocato che svolazzava in elicottero sfiorando la Mole o zigzagava con la sua Croma metallizzata facendo rizzare i capelli in testa al fido autista seduto rigidamente al posto del passeggero. Marchionne, che è uno che di solito non le manda a dire, questa volta liquida la questione spiegando che prima di parlare di Mirafiori «dobbiamo andare avanti stabilimento per stabilimento per cercare di trovare soluzioni di governabilità», riferendosi ovviamente all’atteggiamento delle organizzazioni sindacali. Come Pomigliano insegna. Ma non va oltre, non promette nuovi modelli, non pronuncia numeri né date in cui si presume possa finire la litania della cassa integrazione. Un po’ poco per la città dell’auto, anzi per l’ex capitale del bullone e della tuta blu. Tanto da far immaginare scenari ancora bui per la nostra fabbrica e per l’intero comparto dell’auto in Italia. Con un pensiero che malignamente qualcuno ci insinua: non esisterà per caso il rischio che sia la Chrysler a comprare la Fiat e non viceversa? E che l’Italia, Torino in testa, possa diventare un paese con qualche stabilimento di assemblaggio mentre le progettazioni e le produzioni più innovative vengono fatte da qualche altra parte? Sarà magari per emotività, o per un malinteso senso di campanilismo ma anche solo il sospetto fa male al cuore. Oltre che al portafoglio.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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