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Il Borghese

Per chi suona la campanella

Il grembiule con il collettino bianco, i libri nuovi di zecca che profumavano di carta preziosa, la cartella con due tascone davanti che si chiudevano con una fibbietta che faceva clic quando si infilava nel supporto lucido che sembrava d’oro. Tutto lì, allineato sul tavolo del tinello in attesa della data fatidica: il primo giorno di scuola. Quell’immagine è ancora lì, archiviata in un lembo della memoria, con tutti suoi significati: l’estate era finita, la spensieratezza delle giornate a far nulla o quasi, pure e il richiamo al dovere, con quegli oggetti, era forte. Ma anche intrigante. Significava il ritorno in classe con i compagni, i mormorii tra i banchi, i compiti in classe, il suono forte e liberatorio della campanella. Ebbene, lunedì il rito si ripete per l’ennesima volta, con gli zainetti al posto delle cartelle, con pochi grembiuli e tanti jeans, con libri scolastici ricchi di immagini e di grafiche innovative. Ma le classi, quelle, non sono cambiate poi molto, eccezion fatta per i vecchi, scomodissimi banchi di legno che sono stati pensionati con i calamai, i pennini e le penne di bachelite. Già perché la rivoluzione copernicana imposta dal progredire della tecnologia, tra edilizia a impatto zero, computer e ipad, nelle scuole non sta di casa. I Comuni al massimo hanno ridipinto qualche facciata, rifatto i bagni (non tutti), pitturato i corridoi. Già sui controsoffitti, il massimo dell’eleganza anni ’70, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli con il timore – più che giustificato dopo i crolli denunciati dalle cronache – che possano cascare sulla testa dei ragazzi. Senza mettere in conto l’amianto che, a dispetto delle rassicurazioni, è ancora un po’ ovunque: dai tetti alle pareti, dalle fognature appunto ai controsoffitti. Occhio e croce, a sentire gli sfoghi più che giustificati degli amministratori locali, metà delle scuole che lunedì torneranno a riempirsi di ragazzini e studenti sono fuori norma, anche se costano un botto di manutenzione. Qualcosa come 10-15 milioni l’anno per ogni singola provincia. Dal Veneto alla Sicilia, senza eccezioni. Tanto da giustificare il sospetto che siano in molti a dividersi l’osso, con utili da capogiro. Archiviati i sospetti che non sta a noi trasformare in qualcosa di penalmente rilevante, resta una considerazione: andare a scuola costa sempre di più, ma le scuole sono sempre più fatiscenti, quando non addirittura pericolose. L’Italia a due velocità non si smentisce mai.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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