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Il Borghese

I criminali non sono angeli

Anche se sono passati quasi trent’anni, quella notte del 20 marzo 1981, non l’ho dimenticata. Noi cronisti eravamo davanti al super carcere di Novara, costruito apposta per tenerci dentro assassini e terroristi, e la fortezza, illuminata dalle fotoelettriche, era assediata da un esercito di poliziotti e carabinieri. Grida, spari, sirene. E ambulanze, riflettori delle tivu, caos. Dentro, tra celle ormai aperte, tra corridoi e cortili, impazzava la rivolta. E soprattutto scorreva il sangue. Parlavano i coltelli spinti nelle carni per punire sgarbi e dare lezioni senza appello. Tra i carnefici c’era quello che le cronache dipingono – ancora oggi che ha la pancetta e i capelli radi – come il “Bel Renè”, al secondo Renato Vallanzasca di Lambrate in provincia di Milano, figlio sciagurato di una famiglia laboriosa e normale. E fu lui, ancora una volta, a scrivere la pagina più tragica e orrenda di quella giornata infame, massacrando a pugnalate, fino a mozzarne il capo, un criminale bambino, un po’ bamba e un po’ credulone, che aveva coinvolto da piccolo nei suoi traffici e che poi gli era andato di traverso.Un’esecuzione da ergastolano che non ha più nulla da perdere, fino all’estremo spregio di prenderne a calci la testa intrisa di sangue. Ecco, mi torna in mente quella notte, oggi che il bel Renè viene celebrato al Festival di Venezia, come un “angelo del male” attraverso – mi dicono – una spettacolare interpretazione di Kim Rossi Stuart che da attore bravo qual è ha fatto del suo meglio per farci apprezzare quello che le cronache giudiziarie (a dispetto del gossip che ne fece un eroe) certificano come uno dei più spietati criminali degli anni ’70. Come se quattro ergastoli e più di 260 anni di carcere guadagnati con rapine, sei omicidi, sequestri di persona, evasioni e violenze di ogni tipo, avessero bisogno di un film per essere celebrati. O magari per spingere qualche altro violento, come era il Vallanzasca bambino, a sognare il crimine, la guerra quotidiana con la polizia, lo champagne e le belle donne, come un ideale di vita. Certo il mercato televisivo e quello cinematografico premiano da sempre le storie cruente e scabrose. Se poi ci sono nomi noti a certificare il tutto è ancora meglio. Meglio se c’è Michele Placido forse un po’ stufo di interpretare eroi moderni come Padre Pio o il giudice Falcone, meglio se c’è Rossi Stuart, qualche bellezza mozzafiato e un susseguirsi di scene di morte e di bella vita. Sesso, soldi e sangue.Le tre “esse” che non tradiscono mai. Peccato che la finzione faccia rivivere crimini veri, e che qualcuno – vedove, figli e nipoti – sia costretto a rivivere il sacrificio dei propri cari. Perchè Bruno Lucchesi, Giovanni Ripani, Luigi D’Andrea, Renato Barborini, nomi che abbiamo dimenticato tutti, erano servitori dello Stato, poliziotti ammazzati solo per aver attraversato la strada a Vallanzasca e ai suoi della banda della Comasina. Criminali spietati, altro che “angeli del male”, come vorrebbe dipingerli questo film di cui nessuno, tranne chi lo ha fatto e chi cercherà di piazzarlo ai botteghini, sentiva il bisogno. Altrove quel signore che chiamiamo bel Renè, come se fosse un primo attore, vivrebbe in una cella di cui qualcuno ha buttato via la chiave da tempo. Noi che ci auto celebriamo con perdoni inutili e buonismi d’accatto, forse ci meritiamo queste assurde celebrazioni, dove il bene e il male, la finzione e la realtà si confondono e si accavallano. Nell’altalena dei valori perduti ci sta anche questo. Come ci sta un’ultima lacrima versata da chi, piangendo eroi dimenticati, credeva di averle ormai consumate tutte.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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