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Il Borghese

E li chiamano semi di Buddha….

Ho in mano un cartoncino elegante, grande poco più di un biglietto da visita con una piccola provetta di plastica arancione fissata con la colla, dentro la quale “navigano” cinque semi. In alto, una scritta ombreggiata recita: «Buddha seeds», traduzione letterale “semi di Buddha”, in pratica semi di cannabis autofiorenti di altissima qualità. Insomma marijuana, “maria” come la chiamavano i fricchettoni. Droga, per intenderci. Costo del “Buddha seeds”, 40 euro, luogo dell’acquisto non un portone di periferia dove si infila furtivo un pusher di strada, ma un negozio vero e proprio, con tanto di vetrina, commessi ed espositori in bella mostra.Uno smart-shop in pieno quadrilatero di Torino, leggasi zona elegante un po’ trendy a due passi dal Municipio e dal passeggio di via Garibaldi, ma anche – e va detto – dal grande mercato di Porta Palazzo dove si trova di tutto, eccezion fatta, forse, per i carri armati. Comincia così l’avventura di un nuovo tipo di coltivatore diretto, un contadino del terzo millennio che da quei 40 euro, ci sussurrano, potrebbe trarne anche qualche migliaio di euro: cinque semi uguale cinque piante alte anche due o tre metri, con una messe incredibile di foglie che, opportunamente trattate (ci sono internet e i social network che aiutano il neofita con tanto di prontuari e consigli pratici) si trasformano in moneta sonante. Altro che carote, peperoni e melanzane. Il ridicolo che ha il sapore di un reato grosso come una casa è che i semi vengono venduti come ” prodotti da collezione”, anche se, sempre nei negozietti di cui sopra, il neofita si può dotare di lampade al neon per accelerare la crescita, fertilizzanti di ogni tipo, terriccio e persino macchinari che controllano e verificano il comportamento del seme. Senza soffermarsi su pipe, cartine, calumet e tubi di vetro che poco hanno a che fare con la teoria del collezionismo, c’è da chiedersi come si possa allegramente aggirare la legge che vieta la coltivazione di qualunque droga o affine, con un banale sotterfugio. E se lo chiedono anche polizia e carabinieri che negli ultimi tre anni hanno sequestrato oltre 24 mila piante solo in Piemonte (la Lombardia pare navighi tra la seconda e la terza posizione in classifica) e che, per individuare i futuri contadini dello sballo, devono piegarsi a pedinamenti, controlli di targhe e carte di credito, a fronte di reati che sono sotto gli occhi di tutti. Già, perché se ad un padre disperato per i traffici “agricoli” del suo figliolo cerchiamo di spiegare che un vuoto legislativo impedisce semplicemente di chiudere questi negozi e di dare fuoco a sementi e derivati, lui di sicuro (è già capitato) dà di matto, ma non risolve la situazione. A conti fatti, il mercato semi clandestino rende oltre un milione di euro l’anno e la “maria” spunta un po’ ovunque sui balconi e negli armadi, negli orti e nei boschi, oltre che nelle serre dove le piantine non vengono piantate per “uso personale” (buona questa), ma per un vero e proprio traffico. Come sempre, fatta la legge, trovato l’inganno. Ma questa volta ci pare si vada oltre: il reato è evidente e lo dimostra anche il nervosismo del commesso che tenta persino di aggredire il fotografo che spara immagini a destra e a manca. «Per colpa vostra – grida – siamo perseguitati» e ci insegue fin sulla strada. Ma intanto ha incasso i 40 euro e il negozio è strapieno di gente. Tutti collezionisti, ovviamente.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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