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Il Borghese

Che pacchia, liberi tutti!

Che pacchia! 65 giorni di carcere per un furto, o per un reato di spaccio, 96 per rapina, 175 per violenza sessuale o per pedofilia. Sono i tempi medi dei soggiorni dietro le sbarre delle nostre galere. La beffa per i cittadini onesti e, di conseguenza, la di­mostrazione che, in Italia la certezza della pena non esiste. In carcere si entra con facilità, visto che le forze dell’ordine il loro dovere lo fanno, ma si esce con la rapidità del vento. Perchè se è vero che 65 giorni per aver spacciato cocaina o eroina sono pochi, è altrettanto vero che sono centinaia i malfattori che se la cavano con una notte in cella, o al massimo due. Insomma, in termini di legalità, siamo ben oltre il Paese del Bengodi.Anzi siamo un paese che produce una so­vrabbondanza di piccoli e medi criminali, la maggior parte dei quali clandestini ed extra­comunitari, i quali già a casa loro si passano la voce sulle maglie larghe della nostra giustizia. E poi corrono a casa nostra per farne di tutti i colori. Il che, per assurdo, produce un tur­nover altissimo, celle strapiene e praticamente invivibili, ma soggiorni talmente brevi da diventare accettabili. A scapito, si capisce, di chi, arrestato per reati gravissimi quali l’omicidio, il terrorismo, o l’associazione mafiosa la galera se la deve fare per forza. Ma sono uno a cento questi signori del crimine. Gli altri vanno e vengono come se fossero stagisti in cerca di specializzazione. Proprio così: quando en­trano in galera è come se facessero un corso di formazione: incontrano i capi, ascoltano i loro consigli, imparano regole del malaffare che non conoscono, trovano ingaggi e, per as­surdo, fanno soldi. Il giorno della scarce­razione hanno già “un lavoro” pronto che li aspetta. Insomma le galere hanno dismesso il loro ruolo antico e persino un po’ romantico di luoghi di correzione e di recupero per di­ventare delle vere e proprie scuole criminali. L’allarme lo da il direttore del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria il quale spie­ga come “l’afflusso in massa di detenuti che restano in cella pochi, pochissimi giorni, è paragonabile ad una grande caserma di po­lizia dove non si prende coscienza degli errori commessi, ma si incontrano solo le persone sbagliate”. Dunque l’amministrazione delle carceri allarga le braccia di fronte a questa situazione incancrenita e ne ha ben donde: poche guardie carcerarie, penitenziari vecchi e insufficienti, una “popolazione” sempre più pericolosa e difficile da trattare. Tutta colpa, ci dicono, di un accavallarsi di errori, di eccessi di buonismo, e della scarsa lungimiranza con cui è stato trattato il fenomeno dell’ im­migrazione clandestina. L’indulto di mastel­liana memoria, ha prodotto i suoi danni ma, oggi, è poca cosa se paragonato ai riti dell’or­dinaria follia giudiziaria: intanto i riti ab­breviati che tagliano in due l’iter dei processi, poi i patteggiamenti, le pene alternative e i permessi per buona condotta e infine la lentezza dei processi che, tra il primo grado e la Cassazione, consentono a migliaia di cri­minali di tornare liberi nei volgere di pochi mesi, anche se si sono macchiati di colpe gravissime. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i reati sono in crescita, specie quelli contro le persone e il patrimonio, mentre i cittadini, consci che i loro aggressori non pagheranno prezzo per le loro bravate, si abbandonano ad una diffusa e crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni. Per questo forse in un son­daggio teso a verificare l’affidabilità della nostra macchina giudiziaria, due cittadini su tre affermano di non aver denunciato furti, piccole truffe e aggressioni, mentre uno su tre afferma che, in caso di gravi reati contro la propria famiglia, sarebbe tentato di farsi giu­stizia da solo.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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