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Il Borghese

L’ultima picconata

“Io non sono matto, solo che mi piace farlo». La prima volta che lo disse Francesco Cossiga era a Courmayeur, all’hotel Royal, davanti ad una tavola imbandita con salumi e formaggi, in pantaloni di velluto e giaccavento nera, accerchiato da uno stuolo di giornalisti accorsi ad annotare le picconate che, a lui, venivano meglio dopo una lunga passeggiata in montagna. E ci faceva correre il Presidente, prima di riempirci i taccuini. Oggi un politico, anzi più di uno, soprattutto quelli della diccì di allora, domani il Csm. Ma mai, mai una parola su quello che avremmo voluto sentire e che, allora come oggi, restano i misteri di quella Italia che sembra così lontana, tormentata dal terrorismo, dalle bombe, dalle tensioni sociali e dagli scioperi selvaggi e a cui le ricette della politica non parevano più adeguate. In realtà la prima Repubblica stava morendo e, forse, lui lo sapeva di già. E ne anticipava il necrologio con Mani Pulite che scavava ormai le radici marcescenti dei partiti e dei suoi leader. Oggi, con la notizia della morte, Francesco Cossiga non ha voluto smentire il suo stile. E da uomo dei misteri ha scritto in vita, in piena coscienza, ne siamo certi, quattro lettere alle massime cariche dello Stato: Napolitano, Berlusconi, Schifani e Fini. Quattro buste che, per sua espressa decisione, dovevano essere consegnate solo dopo la morte. E delle quali conosciamo solo l’ultima picconata espressa con la volontà di funerali privati nella sua Sardegna con un solo picchetto di bersaglieri della Brigata Sassari, appena mitigata dall’orgoglio ribadito di aver servito l’Italia con onore. Così, mentre l’apparato dello Stato si prepara comunque alle esequie solenni, Cossiga torna quello che tutti noi abbiamo ascoltato con le orecchie tese a udire anche quello che non diceva, quando da Presidente si trasformava in Picconatore. Perché dunque non ipotizzare che in quei fogli che immaginiamo scritti con la sua grafia forte, non ci siano le risposte che inseguiamo da anni, magari con la richiesta di velarne i contenuti? A cominciare da quella trattativa tentata, negata e forse mai fatta con le brigate rosse ai tempi del sequestro di Aldo Moro? E magari su Gladio, sulla P2, sull’intelligence che era una sua mania e che certo in quegli anni aveva gli schedari non solo pieni, ma traboccanti di notizie e di scandali? Gli interrogativi che per chiunque sarebbero quasi blasfemi nel giorno del cordoglio, per Francesco Cossiga sono quasi d’obbligo. Anzi è come se le reclamasse proprio lui, queste domande che, come un tempo, trovano risposte solo in busta chiusa, a dispetto del mondo che viaggia a mille all’ora sul web. Amava la carta Cossiga, amava scrivere e rileggere. I suoi appunti potrebbero essere una miniera da esplorare per chi ama la politica, i suoi segreti e anche i suoi eccessi. Per questo non possiamo dimenticare che è stato uno dei più autorevoli protagonisti di sessant’anni di vita repubblicana e che, in questo ruolo, egli potrebbe aver dribblato ancora una volta tutte le previsioni. Dunque in quelle lettere ci potrebbe essere tutto e il contrario di tutto: misteri svelati o viatici per il futuro della nostra democrazia. Chi gli è stato vicino in questi ultimi mesi tormentati dice che Cossiga non apprezzava affatto il gossip politico, le chiacchiere e gli scandali veri o presunti che siano. Una mattina pare abbia stracciato i quotidiani, dopo averli letti a lungo e sottolineati in alcune parti. Uno sfogo a cui pare siano seguite alcune telefonate di fuoco. Dunque quelle lettere sono frutto di questa stagione? Oppure sono davvero il testamento meditato di un uomo che ha visto la propria vita personale capovolgersi con la tragedia di Aldo Moro? Lui in qualche maniera confessò più volte il suo dramma umano ma non svelò mai, almeno pubblicamente, come avrebbe potuto dipanarsi diversamente quella tragedia. E se il ricatto brigatista poteva essere accettato da una democrazia compiuta in ossequio ad una vita umana che si aveva il dovere e forse la possibilità di salvare. Ne uscì spezzato Francesco Cossiga, tanto da confessare in una intervista per il compimento dell’ottantesimo compleanno, di “averlo praticamente condannato a morte”. Lui che era l’uomo forte che l’estrema sinistra scriveva con la K e doppia esse con la grafia nazista, che infiltrò i militari nelle organizzazioni studentesche, che non negò di far parte di quel ristretto gruppo di guerriglieri in sonno che vegliavano la minaccia dell’invasione comunista. E che, nei servizi segreti, si sentiva a casa come un pesce nel mare. Depositario di mille segreti e di tante, troppe verità, se ne è andato in un alone di mistero, così come ci aveva abituati in vita, forse l’ultimo vero protagonista del dopoguerra. Con licenza di Giulio Andreotti, è ovvio.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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