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Il Borghese

Gli eroi non muoiono invano

Natale era passato da poco e fuori faceva un freddo cane. Ma lui, il primo maresciallo Mauro Gigli, se ne stava sulla porta della redazione, il cappello con la penna tra le mani. In silenzio, quasi sugli attenti, in attesa che l’ufficiale che lo accompagnava gli accordasse il permesso di parlare. Eppure era lui il protagonista di quella visita capitata quasi per caso in mezzo alle feste, per parlare dell’impegno dei nostri soldati in Afghanistan, ma anche a casa nostra. Era già una leggenda Mauro Gigli. Uno di quelli che fanno il mestiere difficile degli sminatori con la grazia di un chirurgo e la competenza di uno scienziato.Aveva da poco disinnescato due proiettili da mortaio che qualche improvviso rigattiere aveva abbandonato vicino ad un cassonetto dell’immondizia. E lo raccontava con naturalezza, come se il suo fosse un lavoro qualunque. Ma dalle sue parole traspariva una prudenza antica, figlia dell’esperienza e della consapevolezza che gli esplosivi sono nemici infidi, instabili, pericolosissimi. Quell’attenzione che ancora ieri, nell’ultima missione, ha guidato i suoi gesti, fino all’estremo sacrificio, a quell’allargare le braccia per fare scudo al suo capitano proteggendola con il corpo dalle schegge fatali. Una storia che sa di eroismo antico, come antico era il suo carattere di uomo cresciuto sotto le armi, con il dovere come bibbia. Se Mauro Gigli non avesse scorto quell’altro involucro metallico sepolto sotto la terra rossa, vicino a quello che le sue abili dita avevano ridotto a un rottame inoffensivo, la strage sarebbe stata terribile. Attorno a lui c’erano il capitano Federica Luciani e almeno una ventina di commilitoni, tra specialisti e militari. Al suo fianco il collega Pierdavide De Cillis lo ha visto arretrare di un passo, come per prendere le misure del nuovo nemico da affrontare. Poi i suoi occhi devono aver capito che la bomba non era inerte, che c’era un maledetto congegno elettronico, che qualcuno, nei pressi, aspettava il momento giusto per colpire. E si è fatto baluardo frapponendo tutto se stesso alla furia dell’esplosivo, gridando solo “Via, via tutti, via…” Ed è caduto con il compagno, nella terra intrisa di sangue. L’eroe, come si raccontava nelle cronache ingiallite della guerra, non è morto invano e il suo sacrificio ha salvato altre vite. Ma il primo maresciallo Mauro Gigli vivrà nella memoria dei suoi commilitoni. E nel cuore di tutti noi che lo abbiamo visto entrare da quella porta della redazione, in un freddo pomeriggio d’inverno.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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