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Cronaca

Prima lo schianto, poi la simulazione di reato. Guai a non finire per l’ex juventino Padovano

Il piano, ben architettato, sarebbe probabilmente riuscito se i carabinieri, nel bel mezzo delle indagini su un grosso traffico di hashish dal Marocco verso l’Italia, non avessero casualmente intercettato i pro­tagonisti di quel tentativo di truffa all’assicurazione. Un tentativo non andato a buon fine, interrotto sul più bello dai militari. Un tentativo che è comunque costato una condanna a 1 anno e sei mesi di reclusio­ne per simulazione di reato a due dei cinque prota­gonisti di quel raggiro. Uno dei due condannati è Michele Padovano, l’ex calciatore della Juventus attualmente sotto processo proprio per quel vasto traffico di stupefacenti sgominato nel corso della cosiddetta “operazione Tuareg”. È il 2004 quando va in scena la vicenda. Padovano presta la propria Porsche all’amico Luca Mosole (anche lui attualmente a giudizio nel processo per droga). Mosole si mette alla guida della vettura con una patente intestata a Eros Maria Sampogna, ma sulla quale ha collocato la propria fotografia. Mosole si schianta e distrugge completamente la Porsche, coinvolge altre vetture nell’incidente e fugge via. A quel punto ha inizio il tentativo di truffa all’assicu­razione attraverso una finta denuncia di furto della vettura, una finta vendita della stessa vettura a tal Maurizio Siciliano e una finta riparazione di un’al­tra Porsche effettuata dalla carrozzeria di Salvatore Ventura. I carabinieri, impegnati a indagare sul traffico di hashish dal Marocco verso il nostro Paese (traffico che, secondo l’accusa, è organizzato da Mosole e finanziato da Padovano), intercettano il tentativo di truffa. La querela da parte dell’assicura­zione nei confronti dei cinque individui è però tardiva, e per i cinque imputati arriva così l’assolu­zione dall’accusa di truffa. Mentre cade in prescri­zione l’episodio della patente clonata. Risultato: tre imputati sono assolti, Padovano e Siciliano vengo­no condannati a 1 anno e sei mesi di reclusione per simulazione di reato. A rappresentare l’accusa in aula c’era il viceprocuratore Ferdinando Brizzi.

 

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