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Il Borghese

Perché le scuole cadono a pezzi

Otto anni fa, di fronte a un numero sempre crescente di scuole che cadevano letteralmente a pezzi, il Governo mise a punto una legge, la 289 del 2002, per consentire alle amministrazioni locali di mettere in sicurezza gli edifici scolastici con ristrutturazioni, parziali rifacimenti o addirittura nuove costruzioni. Ma a conti fatti la fabbrica dell’istruzione ha lavorato a singhiozzo, male, con scarsa programmazione e soprattutto sulla base di progettazioni carenti. Lo dice la magistratura contabile dello Stato che, dopo un minuzioso censimento, evidenzia come dei 1593 interventi programmati ne risultino attivati 1219(pari al 77 per cento), mentre 374 non abbiano registrato un solo tratto di matita, senza voler scomodare calce e mattoni. Per di più la Corte dei Conti usa il termine “attivati” quasi a significare come la conclusione dei lavori sia in molti casi ancora lontana. In effetti, a spulciare le statistiche si arriva a capire che, dei 1593 progetti, solo 137 hanno registrato il “fine lavori”. Insomma, l’8,6 per cento. Una sconfitta, ma soprattutto una vergogna che, proprio in questi giorni, nella provincia operosa di Torino – e per essere più esatti a Pianezza – trova una conferma che ha dell’incredibile. La scuola elementare che doveva essere resa più agevole con l’allargamento di aule e servizi, verrà parzialmente abbattuta perché sono stati sbagliati i calcoli del cemento armato delle strutture. Cinquecentomila euro buttati al vento, con l’aggravio di altri 50 mila per radere al suolo pilastri e solette pericolanti. Un esempio di come si muova la macchina per l’edilizia scolastica che dovrebbe garantire ad alunni, docenti e personale non insegnante ambienti consoni e soprattutto sicuri. Un caso limite, si dirà. ma non è così. la maggior parte degli edifici scolastici sono malati di amianto, hanno impianti elettrici vetusti e pericolosi, quando non mostrano – come purtroppo è capitato nel liceo scientifico “Vito Scafidi” di Rivoli – lesioni ai soffitti e alle strutture con conseguenze nefaste e addirittura mortali. Che fare di fronte a questo segnale di allarme della Corte dei Conti? Intanto pare di capire che la mancanza di collaborazione tra ministeri ed enti locali sia alla base dei ritardi mostruosi che si sono registrati. E poi c’è il capitolo delle responsabilità dei progettisti e delle imprese che tra modifiche in corso d’opera, riconteggio dei costi e opere aggiuntive trasformano una normale ristrutturazione in una sorte di torre di Babele. La soluzione, suggeriscono i magistrati, potrebbe essere quella di investire di responsabilità gli enti locali e i comuni in particolari. Noi aggiungeremmo una postilla: chi sbaglia, paga. E non in tribunale, ma mettendo mano al portafoglio.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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