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Il Borghese

Il gusto perfido del divieto

Vietato baciarsi in auto (Eboli), vietato mettere nani di ceramica in giardino (Furore), vietato bere con la cannuccia (Bacoli, Napoli), vietato bagnare i fiori sui balconi, se questo provoca sgocciolamento (Torino), vietato mettere i piedi sulle panchine (Viareggio), vietato costruire castelli di sabbia (Venezia), vietato fumare ai giardini (Napoli e Bolzano), vietato portare i cani in spiaggia (ovunque). L’Italia dei divieti non conosce distinzioni campanilistiche, accomunata com’è dalla politica del non si fa, che in realtà è la politica degli spot. I sindaci le sparano grosse perché furbescamente sanno che certe ordinanze fanno notizia.E dunque scalano le pagine dei giornali, escono dalla provincia e guadagnano i titoloni di solito riservati a chi occupa scranni ben più altolocati. Poi, ovviamente, chi s’è visto s’è visto. Come accadde in Liguria dove un sindaco decise di far multare tutti quelli che percorrevano anche un solo metro di passeggiata a mare in costume da bagno. Ci fu la rivolta. Ma non dei bagnanti, dei vigili urbani. Anche perché come fai ad identificare un tizio che se ne va in giro in boxer? Lo fermi, lo porti in caserma, e magari lo chiudi in gattabuia perché non ha i documenti appresso? Archiviato il quarto d’ora di pubblicità, restano norme difficili da far rispettare e, tristemente, si rischia il ridicolo. L’Italia del 2010 sceglie la politica del divieto in contrapposizione alla tattica del tutto permesso degli anni ’70 quando in spiaggia comparivano i primi monokini, i ragazzi giravano l’Italia con l’autostop e sulle panchine ci dormivano beati, mentre in riva al mare si faceva l’alba con Mina che urlava dal mangiadischi. A ben vedere anche allora tutto faceva notizia, ma c’era una sorta di gioia nell’assaporare una libertà fino a quel momento ingabbiata in condizioni sociali e morali vecchie come il cucco.Troppo liberi? Forse, almeno a sentire i bacchettoni. Ma adesso c’è un’onda di riflusso che un po’ spaventa. Prendete il Codice della strada. È stato appena riformato, e oseremmo dire con severità, ma forse non è abbastanza. Così spunta la norma più draconiana delle tre infrazioni gravi che ti riportano direttamente sui banchi della scuola guida. Eppure siamo tutti figli di comunità che odiano e sfruttano al contempo l’auto e l’automobilista. Comunità in cui se non c’è la Ztl, come a Torino, c’è l’Ecopass, come a Milano, se non ci sono le telecamere c’è la pattuglia con le cineprese che ti becca in doppia fila. E se vai al mare, occhio ai tutor che ti misurano la media e poi ti bastonano. Non bastava? Evidentemente no. Ma chi decide, ci piacerebbe saperlo, qual è l’infrazione veramente grave? E chi può decidere se il bacetto per salutare la zia che scende dall’auto vale quanto l’abbraccio appassionato dei due amanti? Certo, nel dubbio, si possono punire entrambi. Come il fumo al giardino e la sosta in panchina. Ma a dirla tutta non sarebbe stato meglio dedicarsi a chi delinque, salvando magari i bimbi che costruiscono un castello di sabbia sulla battigia? Non ditemi che gli spacciatori non si vedono ad occhio nudo, e così i parcheggiatori abusivi, i lavavetri che sputano come draghi se non gli rifili la moneta, gli zingari o le prostitute seminude che in certe strade si arrampicano persino sugli alberi? Certo, per ritornare al discorso di prima, costoro, tutti quanti messi insieme, non fanno più notizia. Meglio, molto meglio, archiviare la fatica di indagini vere e rifugiarsi nella politica creativa. Quella, per intenderci, che ha debuttato mettendo fuori legge i nanetti da giardino.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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