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Nella palazzina usata come residenza universitaria

Gli sfrattati all’ex Moi diventano sentinelle contro le occupazioni

Stella ha appena poggiato in terra una pesante valigia, l’ha trascinata alleggerendo la fatica con il pensiero di abbandonare la precarietà delle stamberghe che lei e suo marito usavano chiamare casa. «Ora viviamo qui», si limita a confermare la donna, originaria della Nigeria, quasi con pudore, sulla porta di uno dei quarantacinque appartamenti, distribuiti su tre palazzine, in cui la Fondazione Falciola ha cominciato ad accogliere cinque famiglie in emergenza abitativa, per scongiurare nuove occupazioni al Moi. La paura era nata con la decisione dell’Edisu di trasferire nella residenza universitaria di via Verdi, già entro l’estate, gli studenti che abitavano al Villaggio Olimpico: ne sono rimasti per una quindicina di alloggi, andranno via con l’autunno e forse altri ne arriveranno. Nel frattempo, però, Palazzo Civico è intervenuto trovando una sistemazione per venti famiglie, assegnatarie di un alloggio a canone calmierato, tramite la graduatoria di Lo.Ca.Re o su segnalazione degli assistenti sociali. Insomma, «con strumenti ordinari».

Rosa e Francesco Gallina stanno ultimando il trasloco dopo aver lasciato un prefabbricato di via Traves alle Vallette. Sarebbero sette in tutto, quando in casa ci sono anche i figli, Enzo e Monica, il compagno di lei, Antonio, oltre a Marta, Francesco e Irene, rispettivamente, 10, 8 e 7 anni. Non nascondono l’incredulità nel guardare il contratto di locazione di un anno, il lieto finale per una parabola fermatasi ad un passo dalla disperazione. «Siamo tanto felici quanto grati di aver trovato una casa» sottolinea Monica, mostrando la documentazione firmata venerdì scorso, quando è entrata per la prima volta dalla porta su cui campeggia ancora la targhetta di Torino 2006.

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