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Il Borghese

I controlli colabrodo

Mercoledì, mentre un uomo con le mani sporche di sangue innocente andava a caccia delle sue ex fidanzate per vendicarsi dell’amore perduto, noi scrivevamo che siamo tutti spiati, tutti intercettati grazie ai telefonini, localizzati con i gps, fotografati da telecamere ossessive quanto mimetizzate. Una fesseria, eccezion fatta per le multe che piovono dall’alto. O peggio una tragica beffa per quelle due poverette colpevoli solo di aver dato affetto, amore e comprensione a un uomo che confondeva la passione con la gelosia e il legame sentimentale con la morbosità. Non solo la consorteria del “grande fratello” con le sue migliaia di telecamere se lo è perso mentre girava come un pazzo attraverso tre regioni, ma nessuno si è preoccupato di confrontare la sua identità, svelata pochi istanti prima di morire dalla sua prima vittima, con il casellario giudiziario.Eppure da Torino, alle 10.30 del mattino, vale a dire tre ore dopo il primo delitto e sette ore prima del successivo, sono partiti i fonogrammi a tutte le questure e le caserme dei carabinieri del nord Italia. Bastava che quel fonogramma che non era ordinaria amministrazione, fosse stato letto e compreso nella sua gravità e almeno una delle vittime sarebbe ancora viva. Perché lui, Gaetano De Carlo, a suo modo fascinoso tombeur de femme, in procura a Crema aveva un incartamento alto un palmo. Sette denunce per stalking, ossia per molestie, minacce e aggressioni e un rinvio a giudizio con processo già fissato a novembre sempre per lo stesso motivo. Una delle sue vittime, in quelle ore, stava andando inconsciamente verso la morte. Che nessuno ha evitato.Comico il fatto, se non ci fosse una duplice tragedia di mezzo, che all’innamorato folle fosse stato ritirato il porto d’armi. Badate bene, il documento, non le armi che deteneva. E con una di queste, in assoluta libertà, lui ha ucciso due volte, prima di trovare la forza di farla finita. In questo quadro che tristemente denuncia molte responsabilità e che di fatto scrive un’altra pagina sull’inutilità o quasi, a fini di sicurezza, del grande fratello che ci sorveglia, si innestano dati raccapriccianti: dal febbraio 2009 sono state presentate alle autorità di polizia 7mila denunce da parte di donne sole, sposate, giovani o anziane, con tanto di nome, cognome e indirizzo dei persecutori, degli stupratori, dei violenti che le ossessionavano: ma solo in 1200 casi c’è stato l’arresto, o quanto meno il fermo. Esattamente il 17 per cento dei casi ha trovato una qualche soluzione. Nei rimanenti (83 per cento) non si è andati al di là della denuncia. Come se si trattasse di un furto di biciclette, o di una lite sul ballatoio per il bucato che sgocciola. Un po’ poco, ci pare, per quello che era stato “venduto” come lo strumento decisivo per difendere le donne, quando pareva che con l’applicazione del reato di stalking si potesse mettere un freno alle violenze e alle molestie. Non è così. E in questa inefficienza si innesta anche la vacuità del ricorso tecnologico. Mercoledì gps, telecamere e intercettazioni hanno fatto cilecca. E il perché è presto detto: dietro gli strumenti anche i più sofisticati c’è sempre l’uomo per sua natura fallace. O peggio superficiale e distratto.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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