Una veduta dell’antica strada di Venaria, ancora parzialmente sterrata
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TORINO… IERI E OGGI

Lucento: la roccaforte dell’assedio che diede rifugio agli esuli

Poche cose sanno essere così incisive come le date. E il 1706 è, per Torino, una di quelle che non si può dimenticare, anche a distanza di secoli. Lo sanno bene i residenti di Lucento: qui, davanti alla chiesa dei santi Bernardo e Brigida, una scultura riassume in una sola data l’avvenimento più importante che ha coinvolto Torino in età moderna. Si passa, si guarda quell’imponente data, si pensa a Pietro Micca e al principe Eugenio, spesso ignorando che qui, a Lucento, si giocò la partita decisiva. Fu nei campi a nord della città, tra borgo Vittoria, Madonna di Campagna e Lucento, che si rovesciarono le sorti del lungo assedio. E proprio dove oggi c’è il grande allestimento si ebbero alcuni degli scontri più sanguinosi. Non a caso: per capire il motivo, basta voltarsi e guardare la lunga cancellata della Teksid: lì, tra il fogliame del giardino, si intravede un antico caseggiato, dal quale prende il nome tutto il quartiere: il castello di Lucento, per l’appunto.


Noto fin dal XIV Secolo, Lucento fu la dimora preferita di Emanuele Filiberto, che la utilizzò per le sue battute di caccia. Torino – siamo in pieno Cinquecento – era all’epoca una macchia indistinta di case e campanili ben oltre il corso della Dora; tra le altre cose, il 5 settembre 1578, qui giunse anche la Santa Sindone, traslata da Chambéry per facilitare il pellegrinaggio del santo cardinale di Milano Carlo Borromeo. Ma Carlo Emanuele I, che non amava questo castello, cedé il feudo al cognato Filippo d’Este e Lucento rimase nell’ombra almeno fino al giorno glorioso del 7 settembre 1706, quando gli austro-piemontesi sbaragliarono le forze francesi, che qui avevano uno dei baluardi della loro difesa e che qui si arroccarono nell’ultima resistenza armata.
 

È a questa battaglia memorabile che si devono i cippi votivi che, disseminati un tempo in tutta Torino nord, sono oggi ridotti a pochi esemplari, alcuni visibili proprio nel quartiere. Uno di essi si può ammirare proprio a fianco dell’ingresso della chiesa dei Santi Bernardo e Brigida, su via Pianezza.
 

All’inizio del XX Secolo, Lucento era ancora in gran parte un territorio agricolo, ma il suo destino era simile a quello delle altre zone periferiche di Torino. La borgata Ceronda divenne il cuore industriale del quartiere: l’opificio Marino-Paracchi, costruito sulla nuova via Pianezza (aperta negli anni ’80 dell’Ottocento), il cotonificio Italiano e il cotonificio Mazzonis sono esempi di come questo quartiere stava cambiando volto. Dagli anni ’50, poi, divenne chiara la sua destinazione popolare; il motivo è da ricercarsi molto oltre i confini torinesi: in Istria. Le famiglie fuggite dalla pulizia etnica dei macellai jugoslavi avevano attraversato tutta la pianura Padana, venendo in un primo momento ospitate nelle Casermette di borgo San Paolo. Bisognava dar loro una sistemazione efficace: così, tra le vie Pirano e Parenzo (non a caso, due comuni istriani), sorse il “villaggio” Santa Caterina, inconfondibile nucleo di piccole palazzine in mattoni rossi, un po’ simili a quelle della periferia londinese. Lucento è oggi sospeso tra un passato glorioso e un presente colmo di incertezze: molto più di altri quartieri, oggi attende una riqualificazione vera, urgente: magari – chissà – anche valorizzando e aprendo al pubblico il vecchio castello.

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