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Il Borghese

Il Grande Esattore

Il cellulare, anche se spento, ci rende potenzialmente identificabili in una porzione molto ristretta (qualche metro quadrato!) di territorio, le telecamere che sono disseminate nelle nostre città ci riprendono continuamente, anche (e soprattutto) a nostra insaputa, in banca e negli uffici postali le nostre immagini restano “in archivio” per settimane. E adesso, a Milano (ma siamo convinti che la pratica avrà molti seguaci) il sindaco si è inventato le multe a strascico, ossia una diabolica macchinetta che sistemata sul cruscotto delle pattuglie dei vigili riprende le targhe delle auto in doppia fila e (automaticamente) tutto ciò che sta intorno a loro, noi compresi.A Torino, per non essere da meno, le telecamere sono piazzate su bus e tram per beccare chi usa le corsie preferenziali. Insomma, per dirla tutta, siamo spiati. I numeri del “grande fratello” che in molti casi si trasforma nel “grande esattore” sono da capogiro. Cinquemila le telecamere a Torino, almeno ottomila a Milano (la stima comprende anche gli impianti di sorveglianza privati) e – visto l’esempio di Londra dove a spiare sono circa un milione di aggeggi elettronici – c’è solo da immaginare che il peggio debba venire.Diciamo il peggio perché, come si evince dalle statistiche, tutti questi “occhi” sulla città poco o nulla servono a garantire la nostra sicurezza. Sulle telecamere dei Comuni, sappiamo tutti che lo scopo è quello di far cassa, di qui la beffarda definizione di “grande esattore”, su quelli privati le finalità sono di sorvegliare spazi ristrettissimi, di agevolare il personale sempre meno ridondante, di selezionare gli ingressi. Chiedere a qualcuno di questi esercizi di mostrare la memoria in caso di reati gravi o peggio gravissimi, è un impresa titanica. Nel mirino resta dunque un unico soggetto: il cittadino messo a nudo, privato di quel velo di riservatezza che gli inglesi hanno chiamato privacy (per poi cancellarne ogni significato attraverso un obbiettivo).Un velo che, ci dicono gli esperti di tecnologia, finirà per cadere definitivamente sotto i colpi dei social network. Mark Zuckerberg, patron di Facebook, sostiene dal suo osservatorio privilegiato che i giovani sono disposti a vendersi la privacy per un paio di amici virtuali in più e che non disdegnano di “convidere” tutti i fatti loro – vizi compresi – pur di apparire socialmente interessanti. Segno di una società in evoluzione formidabile, anche nei costumi e nelle abitudini. Resta da capire chi tutelerà quegli irriducibili conservatori fedeli alla filosofia che i panni sporchi si lavano in famiglia. Una legge sulla privacy? Dimenticavo: l’abbiamo già.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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