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Cronaca
INNOCENTI&COLPEVOLI/ ‘NDRANGHETA

La mafia in Emilia. Processo per 218. C’è anche Iaquinta

Gli imputati del dibattimento di Reggio Emilia sono 147, quelli dell’abbreviato di Bologna 71: in tutto, 218 persone. Sono i numeri, imponenti, del processo Aemilia sulla presenza della ‘ndrangheta in Emilia Romagna. Le cosche, in particolare, sono accusate di aver messo le mani sulla ricostruzione post-sismica e di aver cercato di condizionare le elezioni amministrative in diversi Comuni per pilotarle secondo i propri interessi. Fra i nomi eccellenti finiti davanti ai giudici ci sono anche quelli dell’ex calciatore della Nazionale campione del mondo nel 2006, Vincenzo Iaquinta, e del padre Giuseppe: il primo dovrà rispondere della violazione di reati di armi con l’aggravante di aver agito al fine di agevolare l’associa zione di tipo mafioso; al secondo, un imprenditore, è contestata invece la partecipazione nell’associazione criminale.

Il maxi-dibattimento, cominciato in un’aula del tribunale di Reggio Emilia, si celebra tra imponenti misure di sicurezza, con controlli e metal detector all’ingresso del palazzo e reti metalliche altissime controllate a vista da polizia, carabinieri, esercito, guardie giurate e persino forestali. Trentasette imputati rispondono di associazione a delinquere di stampo mafioso, tutti gli altri di estorsione, usura, danneggiamento, minacce, reimpiego di denaro di provenienza illecita, truffa e reati ambientali. In molti casi, poi, le accuse contestate dalla magistratura sono aggravate dal cosiddetto metodo mafioso.

In contemporanea, a Bologna, si celebra il procedimento con rito abbreviato con 71 imputati. Altri 19 personaggi, infine, avevano chiesto il patteggiamento della pena al momento della chiusura delle indagini da parte dei pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. In tutto, quindi, sono 237 le persone finite nei guai con la giustizia perché sospettate di far parte della cosiddetta ‘ndrangheta emiliana: 14 di loro sono ancora sottoposte alla misura del carcere duro prevista dal 41 bis.

Il 28 gennaio 2015, un’operazione coordinata dalla Dda portò a 117 arresti e consentì lo smantellamento di quello che, secondo il procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso, era una vera e propria ‘ndrina autonoma emiliana, con sede a Reggio Emilia e un forte legame con la cosca Grande Aracri di Cutro, nel Crotonese. E in effetti, la maggior parte degli arresti eseguiti su misura cautelare firmata dal gip Alberto Ziroldi erano stati effettuati nella provincia di Reggio Emilia, dove è presente proprio la cosca Grande Aracri di Cutro. Tra le persone finite in manette figuravano diversi imprenditori calabresi, alcuni già noti alle forze dell’ordine, tra cui Nicolino Sarcone, considerato anche da indagini precedenti il reggente della cosca su Reggio Emilia. Sarcone, già condannato in primo grado per associazione mafiosa, è stato recentemente destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale che gli ha bloccato beni per 5 milioni di euro. Mentre ammonta a circa 100 milioni di euro il sequestro di beni chiesto dalla magistratura nel corso dell’i nchiesta.

 

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