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A poche ore dalla scadenza del mandato agli amministratori dopo l’arresto dei titolari

L’appello dei dipendenti Yesmoke. «Salvate l’azienda, datela a noi»

Nel giorno che potrebbe segnare per sempre il destino della Yesmoke, si leva forte il grido dei lavoratori della fabbrica di sigarette di Settimo Torinese sull’orlo del fallimento. Un grido disperato, di chi teme di non riuscire più a garantire il pranzo e la cena per i propri figli, e per questo è disposto a mettersi in gioco personalmente per arrivare all’obiettivo finale: salvare un’azienda che dà lavoro a un centinaio di persone. Il progetto è ambizioso creare una società formata dai dipendenti stessi – che prenda in mano Yesmoke e la porti fuori dal baratro in cui è sprofondata, ma gli scogli da superare sono molti, e il primo potrebbe presentarsi tra poche ore.

Dopo l’arresto dei fratelli Carlo e Gian Paolo Messina, la procura aveva infatti deciso di affidare la fabbrica a un amministratore giudiziario, Stefania Chiaruttini, che in accordo con la procura aveva affittato il ramo d’azienda alla Special Tobacco. E oggi, dopo 6 mesi, quel contratto d’affitto scade, ma potrebbe essere rinnovato per altri due mesi, forse in attesa di sapere se la richiesta di concordato avanzata dai fratelli Messina andrà o meno in porto.

Un’ipotesi, quella del rinnovo alla Special Tobacco, che secondo Antonio Serlenga della Fai-Cisl «rappresenterebbe la nostra fine ». Il sindacalista spiega: «Avevano detto che in sei mesi avrebbero rilanciato Yesmoke e messo capitali, ma la realtà è ben diversa: su 180 giorni, abbiamo lavorato per 40 appena e adesso andiamo in fabbrica a togliere le ragnatele. La produzione è ferma da almeno sette settimane». E i magazzini con le scorte dei prodotti da lavorare sono stati svuotati. «Quando è arrivata Special Tobacco – riferisce Serlenga – nel deposito fiscale c’e r an o 90mila chili di sigarette. Oggi ce ne sono 40mila chili, che in due mesi potrebbero esaurirsi, e il rischio è che tra poco le tabaccherie restino senza Yesmoke e i clienti cambino marca decretando la nostra fine».

Un’alternativa, però, c’è. «E siamo noi, i lavoratori, che chiediamo solo di poter avere la certezza di dare da mangiare ai nostri figli e siamo disposti a metterci in gioco » . Il progetto è quello di «costituire una società, magari una cooperativa, cui venga data in affitto l’azienda, ma devono darci i dati societari e un po’ di tempo, almeno 15 o 20 giorni, per predisporre il piano industriale ». I dipendenti, quindi lanciano un appello alla «procura, Regione, banche e a tutte le istituzioni». Perché «l’obiettivo – conclude Serlenga – è comune: salvare un’azienda che in pancia ha 3 milioni di euro che, dopo il sequestro, sono soldi pubblici. E soprattutto salvare un centinaio di posti di lavoro, 60 dipendenti e 40 promotori che rischiano di andare a gravare sulle casse dell’Inps e invece rappresentano una risorsa straordinaria ».

 

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