La costruzione delle torri della “Falchera Nuova”
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TORINO IERI&OGGI – FALCHERA

La campagna delle cascine diventata città-dormitorio

La Falchera, cascina di Giacomo e Francesco fratelli Falchero, situata lungo ed alla sinistra della strada di Leinì nel territorio di Torino, da cui è distante due miglia e mezzo». Nel 1790 l’architetto Amedeo Grossi così descriveva l’antica Falchera, costruita probabilmente a inizio Settecento e che si configurava come uno dei tanti cascinali che punteggiavano la verde campagna torinese. È una descrizione breve, ma indicativa: il Grossi segnala anche che i Falchero, dai quali prendeva il nome, vivevano nella cascina (non era così scontato che i ricchi proprietari preferissero la campagna alle comodità cittadine). I Falchero erano un’importante famiglia di Lucento, proprietaria anche di altri poderi.

Ancora nel Novecento la Falchera, che aveva assunto l’impianto massiccio di costruzione a corte chiusa, era ancora un ampio cascinale molto lontano dalla città; fu solo nel 1951 che venne consegnato il piano di costruzione per realizzare nei campi limitrofi un quartiere operaio. Il Ministero approvò il piano nel 1954, e i lavori iniziarono, nell’ambito del più vasto programma Ina-Casa. Fin da subito era evidente la destinazione di questa piccola città-dormitorio, destinata ad accogliere 6mila nuovi abitanti, in una superficie di poco superiore ai 300mila metri quadri. Sotto la guida dell’architetto urbanista Giovanni Astengo si realizzano palazzine basse, a tre piani, in caratteristici mattoni rossi: “cuore” di questo primo nucleo è piazza Falchera, da poco ribattezzata piazza Astengo. Sorge anche la chiesa, dedicata a San Pio X: progettata da Nello Renacco nel 1955, con una superficie di 800 metri quadrati, attorno ad essa sorsero poi la canonica e il campo sportivo.


La Falchera Vecchia era ancora immersa nel verde. Anzi, era pensata per essere una zona in armonia – per quanto possibile, vista la scarsissima attenzione all’ambiente di allora – con la natura. Non è un caso che le vie vennero battezzate con il nome di alberi, toponimo poi ripreso anche negli anni immediatamente successivi, quando venne realizzata la Falchera Nuova. Ben presto, infatti, il Comune approvò l’ampliamento del quartiere, con la creazione delle “torri” ben note a chiunque percorra la tangenziale nord. Torri tutte uguali, omologate e ripetute senz’anima e senza personalità. Erano gli anni ’70, e per far posto a questi svettanti palazzoni veniva abbattuta anche la settecentesca cascina “Gli Stessi”, retaggio di una Torino agricola che ormai non c’era più. Oltre a questi grigi alveari, del tutto estranei al panorama torinese ed avulsi dalla natura delle sue campagne, costruiti in fretta e senza badare all’estetica, restava ancora qualche remoto campo coltivato e i laghetti artificiali di Falchera, abbandonati progressivamente all’incuria e all’abbandono, fino al recentissimo recupero, che ha anche il pregio di interessare la ricca avifauna (uccelli, anfibi e rettili) che qui ha trovato un habitat ideale.


Un recupero lento, quello del più settentrionale quartiere cittadino, ma costante; nel 2006, realizzando un tunnel che passa sotto la ferrovia, qui è stato fatto attestare il tram 4, la “metropolitana leggera” che unisce i due poli estremi della città: da una parte, Mirafiori Sud, dall’altra, La Falchera. Un modo per unire nord e sud, rendendo più vicina la
 Falchera a tutti i torinesi.


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