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Il Borghese

La sfida è il lavoro

Mettiamola così: se in questo nostro Paese tutti pagassero le tasse o almeno l’evasione fiscale fosse riportata a condizioni accettabili, uno stipendio medio nell’industria potrebbe lievitare di circa 200 euro, grazie al taglio delle aliquote fiscali. Lo dicono gli analisti di Confindustria a margine di uno studio che sostanzialmente sostiene che la recessione più nera è finita e che l’Italia sta ripartendo. Il che non vuol dire che si può imbandire la tavola come negli anni del boom economico e urlare di gioia, ma che almeno i segnali che arrivano dal comparto produttivo scacciano le nubi più nere. Un dato per capire la situazione: la ripresa si profila più solida rispetto alle stime del dicembre scorso e l’espansione è attesa all’1,2 per cento per quest’anno e all’1,6 per cento per il 2011, al netto dell’impatto che la manovra del Governo avrà sull’economia (è stimabile un effetto positivo pari all’0,8 per cento aggiuntivo).Restano tuttavia da sanare le gravi ferite sofferte dall’occupazione che tra il primo trimestre 2008 e la fine del 2009 ha bruciato 528 mila posti di lavoro, numero che sarebbe stato ancora più alto e preoccupante senza il paracadute della cassa integrazione. E questo non sarà né facile né breve se è vero che gli analisti prevedono un 2010 ancora in discesa su quel fronte e un 2011 problematico. Ed è qui, sul lavoro, che si gioca il futuro. Anche sul fronte delle relazioni industriali alle quali, va detto, il caso Pomigliano aggiunge una sorta di campanello d’allarme.La politica non è più in grado di offrire ombrelli protettivi e tra imprenditori e lavoratori servono nuovi modelli di confronto e di dialogo. Agli investimenti – come sostiene Marchionne – devono corrispondere impegni veri e duraturi. I diritti non devono diventare privilegi e la professionalità, nel management come nella manodopera, è l’unica moneta di scambio possibile. Quell’unione tratteggiata tra impresa e mondo del lavoro di fronte alla recessione grave del 2008 dunque va caldeggiata e resa operativa. Per evitare anche un fenomeno che si sta verificando nelle fabbriche nel nord di fronte a quel ribellismo meridionale su cui parte del sindacato (Fiom soprattutto) soffia sul fuoco.Le tute blu, o almeno la loro maggioranza, non vogliono pagare tagli agli investimenti o, peggio, rilocalizzazioni all’estero (Est europeo e Brasile sono lì con le braccia aperte) delle produzioni automobilistiche e non solo. Per questo abbiamo scritto della paura che si respira anche a Mirafiori (dove si chiede da anni raddoppio della produzione e nuovi modelli da affidare alla cultura operaia piemontese) e che di fatto contagia l’intero comparto metalmeccanico, indotto in testa. In parole povere per uscire dalla crisi il fronte deve essere compatto. Le fratture sindacali non servono a nessuno, sinistra oltranzista compresa. E tanto meno ai lavoratori.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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