Una veduta dall’alto del cavalcavia ricostruito a Porta Susa che permetteva il passaggio di automobili e pedoni, nel 1961
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IERI&OGGI – PORTA SUSA

La stazione sulla via di Milano che aprì il Piemonte al mondo

Camillo Benso di Cavour aveva capito perfettamente che, se non ci fosse stato uno sviluppo dei trasporti ferroviari, Torino e il Piemonte sarebbero rimasti indietro. E avrebbero – è il caso di dirlo perso il treno dello sviluppo economico. Così, fu grazie all’impulso del Tessitore che il regno di Sardegna sviluppò la sua rete ferrata. Una rete che vide un primo, timido scalo in zona Dora, poi la grande stazione di Porta Nuova. E quindi la stazione di Porta Susa. Era il 1856, e via Cernaia era appena abbozzata: pochi isolati verso il centro, ancora si stagliava la tozza mole della Cittadella, sfregiata irrimediabilmente da migliaia di picconi sventratori a partire dal 1853, quando venne deciso di sacrificare la vecchia fortezza sull’altare del progresso. E della speculazione edilizia.
 

Porta Susa venne eretta in poco tempo. Era una stazione di aspetto modesto: a firmare il progetto fu Carlo Promis, che le diede un aspetto vagamente classicista. Inizialmente, venne pensata come stazione “di testa”, simile a Porta Nuova. La rapida espansione della rete ferroviaria, però, fece sì che le due stazioni venissero collegate, trasformando Porta Susa in una fermata di transito, funzionale al collegamento con Milano. Ciò nonostante, venne spontaneo chiamarla “Porta Susa”; e non per caso, ma perché in questa zona, prima dell’abbattimento delle mura cittadine voluto dal governo napoleonico, si trovava la vecchia “Porta Susina“, dalla quale iniziava la strada di Francia che collegava con la Val Susa. La vecchia porta civica si trovava precisamente all’altezza dei Quartieri Militari juvarriani, ma poco importava: a Torino si è sempre stati restii al cambiamento della toponomastica.
 

La stazione si trovò ben presto in mezzo ad un’area nevralgica della città; una città che si espandeva con velocità crescente verso ovest, e che tendeva a gravitare attorno al nucleo di piazza Statuto. I binari, in questa situazione, tagliavano Torino in due: proprio per ovviare a tale disagio, venne costruito il ponte demolito recentemente, in occasione della realizzazione del Passante Ferroviario. Passante che ha significato la morte della vecchia stazione ottocentesca: quando venne approvato il progetto, il destino della stazione era segnato. L’ultimo barlume di luce lo ebbe dal 2006 al 2013, raggiunta dalla linea 1 della metropolitana; poi, dal 14 gennaio 2013, venne soppiantata definitivamente dalla “rivale” in vetro e acciaio, costruita a pochi passi.

È lei, la “nuova” Porta Susa, che oggi è la principale stazione cittadina. Un po’ spaesante, con il suo dedalo di cunicoli tutti uguali, ma certamente luminosa e moderna. Un anacronismo moderno nel centro ottocentesco di Torino; ma un anacronismo che proietta la città verso il futuro, e che abbatte le barriere: per la prima volta, Cit Turin si “fonde” con il centro città, senza più lo spartiacque dei binari. Ma la vecchia Porta Susa? Fino al dicembre 2015 è rimasta mestamente in disparte, con le porte sprangate: attraverso i vetri si scorgevano ancora le vecchie biglietterie, silenziose e deserte. Oggi, la stazione di Carlo Promis rinasce come mercato metropolitano. Nella speranza che vecchia e nuova Porta Susa restino, l’una a fianco dell’altra, come testimonianza della Torino che cambia, ma che non dimentica ciò che è stata.

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