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Il Borghese

Pomodori in faccia

Gli unici a tirare un sospiro di sollievo oggi sono i giornali di gossip. Evviva, i campioni dorati con il portafoglio gonfio tornano a casa, vanno in vacanza, spolverano le loro belle fidanzate, affittano yacht e aerei privati. Belli (si fa per dire), abbronzati e inutili. Come il loro mister, che adesso piange lacrime di coccodrillo, mesto e lamentoso. Il Lippi peggiore che nasconde la tracotanza dietro la maschera fuori luogo di chi si assume tutte le colpe, chiede scusa e irride al plotone di esecuzione della stampa mondiale sussurrando “mirate al cuore”.Lui che pareva il profeta del calcio incompreso e inascoltato, lui che in quella squadretta grigia non ha neppure voluto fare una scommessa, ha eliminato a priori Cassano, non ha voluto credere alla grinta di Balotelli, ha letteralmente cestinato Totti, Del Piero e Grosso che pure gli avevano regalato l’altro mondiale. Lui che ha aspettato un tempo e mezzo a mandare in campo l’unico con la testa sulle spalle, quel Pirlo acciaccato ma cosciente che comunque ha capovolto la partita della vergogna. Nei film della mia infanzia si sarebbe beccato dei pomodori in faccia. Ma poco importa oggi quel Lippi lì. Siamo a casa, beffati, umiliati, consci di un calcio che è l’immagine di un Paese che non crede in quello che fa. Che non sa fare crescere i giovani, vive sulle glorie del passato, spende più di quello che ha e, magari, bolla come ricatto un contratto di lavoro nel quale non è contemplata la fuitina con l’amante di turno, la tazzuriella di caffè e la Marlboro in corridoio.Tornando al calcio, basterebbe ragionare sulla squadra che ha vinto campionato, coppa Italia e coppa dei Campioni, quell’Inter che ha 11 titolari stranieri e che gli italiani che usa li fa giocare di rincalzo, per capire a che punto sta il nostro sport nazionale. Paghiamo la nostra voglia di esterofilia, gli ingaggi stratosferici, la scarsa attenzione al vivaio dei giovani. Forse nel Paese delle leggi inutili ne servirebbe anche una sul calcio per obbligare i presidenti a investire sui talenti di casa nostra, mettendo un freno ai loro desideri esotici. Più Italia e meno Brasile, Argentina, o magari – come ha detto Bossi – meno Slovacchia (quella che ci ha buttati fuori ma che ha orgoglio, gambe e fiato). In passato, se non ricordo male, questa politica ha funzionato dopo la figuraccia con la Corea. E allora mettiamoli con le spalle al muro, questi presidenti: meno soldi a tecnici e giocatori, maggiori investimenti sui vivai, sulle strutture. E già che ci siamo, sulla sicurezza degli stadi. Se perdiamo ovunque, dal calcio alla pallacanestro, con rugby e pallavolo che non decollano, una ragione ci sarà pure. Passata una generazione di piccoli eroi, il Dio denaro ha presentato il conto. Che peccato.beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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