Katerina, la madre del piccolo Alessandro
Cronaca
INNOCENTI&COLPEVOLI/ IL PICCOLO ALE

I morsi sulla pelle, le ustioni sul corpo. Torturato a 8 mesi

Aveva il cranio fracassato, bruciature e morsi sulla pelle, i segni dei denti su un piedino. Alessandro Mathas aveva soltanto 8 mesi quando la mattina del 16 marzo 2010 giunse in ospedale accompagnato dalla madre Katerina. Lo avevano massacrato di botte, picchiato fino a ucciderlo. La sua ultima notte di vita Alessandro l’aveva trascorsa in un monolocale di un residence di Nervi, in una stanza di venti metri quadrati con la moquette color nocciola, le pareti beige e un letto matrimoniale con una testiera anni Settanta. In quell’angusto e oscuro monolocale c’era stata una folle notte di sesso e cocaina fra la madre del bimbo e Giovanni Antonio Rasero, un broker marittimo genovese. In quel minuscolo locale adibito a “scannatoio” il piccolo Alessandro era rimasto vittima di una violenza senza senso, prigioniero di un crescendo inaudito e incomprensibile di botte e sevizie, di bruciature e morsi. Un folle martirio provocato dal suo pianto, dalle sue lacrime, dalla sua richiesta di cibo. Era affamato, il bimbo. E si lamentava. Ma i suoi lamenti avevano scatenato l’orrore.


Per quell’orrore è stato condannato a 26 anni di reclusione il broker Rasero, l’uomo che durante quella bestiale notte di marzo di sei anni fa si trovava in compagnia del piccolo Alessandro e di sua madre. Era lui l’unico imputato di omicidio. Katerina Mathas se l’è cavata infatti con una pena di 4 anni per abbandono di minore e ora è ai domiciliari. Per l’accusa, infatti, a commettere il delitto sarebbe stato il solo Rasero, che in preda alla rabbia per la mancanza di cocaina si sarebbe accanito sul bimbo mentre la madre era fuori per cercare altra dro
ga.


In un primo momento erano finiti in carcere sia Rasero che la Mathas, allora sua amante occasionale. Ma dopo 17 giorni la procura aveva cambiato rotta, chiedendo e ottenendo la scarcerazione della ragazza. La Mathas era stata pertanto rimessa in libertà e successivamente indagata, processata 
e condannata per il reato di abbandono di minore con morte conseguente.

Rasero era stato invece accusato di omicidio e sottoposto a processo. In primo grado, escluse le aggravanti dei futili motivi, della crudeltà e delle sevizie, l’uomo era stato condannato a 26 anni di reclusione. La sentenza era stata tuttavia ribaltata in appello con una assoluzione poi annullata, due anni fa, dalla Suprema Corte. I giudici di Roma avevano ordinato un nuovo processo di appello. E il nuovo processo d’appello si è concluso lo scorso primo marzo con un’altra condanna a 26 anni di carcere: la stessa pena inflitta nell’unico processo di primo grado fin qui celebrato.


Adesso l’ultima parola spetta di nuovo alla Cassazione, che potrebbe confermare definitivamente o annullare. Ma dopo il precedente annullamento è difficile ritenere che si possa di nuovo tornare davanti ai giudici del secondo grado.

In ogni caso, per il broker marittimo di 35 anni, separato e con due figli di 10 e 6 anni e ora a piede libero, la partita non è ancora chiusa. E come ha prontamente annunciato il suo difensore, l’avvocato Luigi Chiappero, «faremo ricorso in Cassazione sperando di ribaltare il giudizio di oggi».

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