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Parla Arisio, leader dei “40mila”: “Marciamo contro la crisi per proteggere il lavoro” (sondaggio)

Ora come allora, quello che serve è una presa di coscienza. Luigi Arisio, 83 anni, voce ferma e pensiero rigoroso, non ha dubbi. «Una nuova marcia dei 40mila? Anche di più. C’è bisogno di una rivoluzione culturale che ci dia la consapevolezza necessaria per superare una crisi senza precedenti».Lui, che trent’anni fa si è messo alla testa di 40mila “colletti bianchi” per chiedere la cosa più semplice del mondo: poter lavorare. E che oggi, alla vigilia del referendum che a Pomigliano potrebbe uccidere nella culla il piano immaginato da Marchionne per il rilancio di Fiat, si fa nuovamente alfiere della necessità di un cambiamento radicale. «Perché restare inchiodati su utopie vecchie di mezzo secolo – spiega – significa rifiutare il futuro. Stiamo attraversando uno dei periodi più cupi della nostra storia. Per uscirne dobbiamo anche rinunciare a qualcosina». E questa è la stessa accusa che la Fiom muove a Marchionne: che la proposta di accordo calpesta le libertà costituzionali, che in questo modo si danneggiano i lavoratori.Posizioni condivisibili?«Ma qui dobbiamo distinguere le libertà fondamentali dell’individuo da quelli che altro non sono che privilegi ormai insostenibili. Nessuno vuole toccare i diritti dei lavoratori, ci mancherebbe. Ma guardiamoci attorno, pensiamo ai disoccupati, agli effetti di questa crisi: è evidente che a qualcosina dovremmo pur rinunciare».Sabato, a Pomigliano, i dipendenti Fiat sono scesi in strada per chiedere di accettare l’accordo proposto da Marchionne. Esattamente come voi, nel 1980, avevate fatto per il diritto di tornare a lavorare. È forse giunto il momento per una nuova marcia dei 40mila?«Penso di sì, ma credo che una semplice marcia non servirebbe. Quello di cui c’è bisogno adesso è di una profonda presa di coscienza, di una rivoluzione che restituisca la consapevolezza necessaria per superare i tempi nei quali ci troviamo. E del resto è abbastanza significativo che Cisl e Uil vadano contro la Cgil e la Fiom per richiedere di ritoccare i privilegi dei lavoratori».E come la mettiamo con gli irriducibili, i lavoratori che definiscono “diritti” quelli che lei chiama privilegi?«Guardi, le cito un aneddoto. Quando tanti anni fa venne introdotta per la prima volta la cassa integrazione, e i rappresentanti sindacali parlavano di suicidi tra i lavoratori che restavano a casa, uno dei miei operai venne nel mio ufficio e mi disse: “Capo, se lei mi lascia a casa le porto una lepre grossa così”. Questo per dire che il diavolo non è sempre così brutto come lo si dipinge. E poi dobbiamo aprire gli occhi sul mondo nel quale viviamo: modelli che sembravano eterni sono miseramente crollati, la politica è stata stravolta, la società cambia di giorno in giorno. Non possiamo continuare a pensare come faceva Karl Marx e a dire che se Romiti era cattivo allora Marchionne è anche peggio. Dobbiamo vivere nella realtà, e accettare le sue conseguenze».Ecco, quali sono state le conseguenze della “sua” marcia del 1980?«Una riforma delle coscienze, innanzitutto. Perché dopo quell’esperienza abbiamo capito che il mondo non era come ce lo avevano dipinto».E adesso, quali sarebbero le conseguenze di una nuova marcia dei 40mila?«Per certi versi, le stesse di trent’anni fa. Sarebbe un messaggio forte, che ci darebbe una nuova spinta per lavorare tutti insieme. E costruire un futuro migliore, se non per noi almeno per i nostri nipoti».p.var.

Di seguito, il testo del sondaggio lanciato da CronacaQui nel giorno in cui a Pomigliano si vota il referendum.

Sabato cinquemila dipendenti di Pomigliano hanno marciato per invocare il diritto al Lavoro.

Pensa che Marchionne con il suo piano di rilancio della Fiat leda i diritti dei lavoratori e le loro libertà costituzionali?

Ritiene che, 30 anni dopo la marcia dei 40mila che riaprì i cancelli di Mirafiori ai lavoratori, possa essere utile una nuova manifestazione in difesa del lavoro e dell’orgoglio della fabbrica?

Pensa che un rifiuto del sindacato al piano di rilancio della Fiat danneggi non solo Pomigliano e la Campania, ma tutta l’economia nazionale?

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