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Il Borghese

Il coltello nel parco

Troppi gialli in tivù, con le casalinghe che ormai ne sanno più di Sherlock Holmes. Pomeriggi di fuoco con scheletri trovati nei boschi, armi sepolte da decenni, teschi perforati da proiettili. E lettere anonime. Già, sono quelle a far riaprire i casi che, come per incanto, smascherano i colpevoli. Gli americani fanno scuola. E noi copiamo, non solo nelle fiction, se è vero che ieri mattina, di buon ora, l’esercito ha sequestrato un intero parco a Varese. Nastro bianco e rosso ovunque, tute mimetiche tra gli scivoli e le altalene, metal detector e ufficiali impegnati a dare ordini a militari con pala e piccone.

Che cercavano i nostri nel parco Mantegazza? Un pacco, un involto, magari un semplice sacchetto di carta che avrebbe dovuto contenere un coltello. Meglio: l’arma di un delitto efferato. Una lama lunga e sottile con cui un assassino avrebbe infierito su un corpo di donna. Esattamente ventinove volte. La notizia fa gola intanto per la spettacolarità delle ricerche e poi per l’impiego di tanti militari. Ciò che sembra stridere con il comune buon senso è che questo sacchetto o questo pacco – non trovato per ora sarebbe lì, da qualche parte, da quasi trent’anni. E che l’arma potrebbe essere quella con cui Stefano Binda, da poco in carcere, avrebbe ucciso l’ex compagna di scuola Lidia Macchi, colpevole forse di aver ceduto alla sue avances. Uccisa per punizione, o magari addirittura per essere purificata dal peccato.

Siamo nel pieno di un cold case casereccio, in cui non manca neppure la lettera, anonima si capisce, con cui il Binda qualche giorno dopo l’omicidio avrebbe scritto ai genitori della vittima per lavarsi la coscienza. Un atto che potrebbe aver tradito l’assassino attraverso la propria grafia. A riconoscerla sarebbe stata una certa Patrizia, ai tempi innamorata di lui, che di lettere ne ha conservata qualcuna. E ha riconosciuto il modo di scrivere del Binda in un ritaglio di giornale. La svolta seconda la procura, pura suggestione secondo l’indagato. La prova provata la si cerca nel parco. E il perchè è semplice: lì il Binda ci andava con Patrizia…

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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